Oggi il rating, ieri lo spread: dov’è il miracolo di Monti?

Proprio nel finale del film, mentre si era a un passo dalla love story tra il principe azzurro e Cenerentola, è arrivata la strega a far saltare tutto: Moody’s ha tagliato il rating dell’Italia (da A2 ad A3). Una mazzata, sopratuttto per l’immaginario collettivo. L’ipnosi sta per finire, si è capito che Monti non moltiplica né i pani né i pesci. Anzi, visto che finora ha solo stangato, i pani e i pesci li ha tolti dalla tavola di massaie, impiegati e operai. Con buona pace della macchina propagandistica messa in piedi dalla redazione unica del Repubblichiere della Sera e dal centrosinistra. Non è la prima volta che arriva una bocciatura da quando Monti è a Palazzo Chigi (Standard & Poor’s nelle scorse settimane aveva fatto altrettanto e così anche Fitch) ma adesso abbiamo alle spalle quasi tre mesi di governo dei tecnici e c’è chi si affanna a magnificare i miracoli di questo esecutivo. I “bravo” nei confronti del premier si sprecano, quasi avesse la dote di saper camminare sulle acque, e c’è già chi si avventura a sostenere che l’Italia è ormai fuori dall’emergenza. Ma, evidentemente, come dimostrano le agenzie di rating e anche lo spread che continua a viaggiare sui 370 punti base, quando si tratta di fare due più due e non semplicemente di portare all’incasso la simpatia dimostrata da Merkel e Sarkozy, i conti non tornano più. Non basta Monti a Palazzo Chigi e il governo Berlusconi, ormai è chiaro, non aveva colpe sulla crisi internazionale. Le garanzienon riusciamo ancora a darle, alla faccia di chi, partiti della vecchia opposizione e grande stampa, sostenevano che bastava allontanare il Cavaliere da Palazzo Chigi per risolvere il problema e oggi, invece, si ritrovano con il Paese schiacciato tra le sue fragilità di sempre e gli insostenibili compiti a casa che la Merkel ci assegna e che Berlusconi era parecchio recalcitrante ad eseguire.

Incertezze e riforme
Leggendo i grandi quotidiani italiani e ascoltando i commentatori televisivi sembrerebbe che le agenzie di rating non siano più un problema. Spiegava ieri mattina Roberto Napolitano, direttore de Il Sole 24 ore a Radio 24, che i declassamenti non devono stupire più di tanto, perché è in atto un attacco all’euro e Moody’s e compagni sono parte in causa. Una spiegazione plausibile che valeva però anche quando Berlusconi era presidente del Consiglio, mentre invece lo si crocifiggeva senza nessuna comprensione. Evidentemente, quelle che un tempo venivano considerate regole immodificabili, sono state cambiate in corso d’opera e i principi che ieri venivano considerati alla stregua di una religione da abbracciare per fede, oggi valgono meno della carta straccia. Dice Moody’s che persistono incertezze legate all’Europa, ma ne esistono anche di strettamente connesse alle difficoltà della situazione economica italiana che «è in via di deterioramento», come i conti pubblici, a partire dall’elevatissimo livello del debito. Tutto qui? No, c’è anche dell’altro. L’agenzia parla anche di «rischio significativo» che il governo italiano potrebbe non centrare gli obiettivi di risanamento a causa della «marcata debolezza strutturale dell’economia del Paese». Problemi sul fronte interno, ma anche problemi di matrice europea: le ridimensionate prospettive economiche del Vecchio Continente «complicano l’applicazione dei programmi di austerità e delle riforme necessarie per promuovere la competitività».

Gli stranieri non investono
È su questo fronte i dubbi, oltre a Moody’s, sembrano averli anche gli investitori esteri. Le riforme di Monti, comprese liberalizzazioni e semplificazioni, non sembrano infatti in grado di sgombrare il campo dalla burocrazia e dalle inefficienze che in questi anni ci hanno penalizzato rispetto ai Paesi concorrenti. Siamo penultimi in Europa  – davanti solo alla Grecia –  nella classifica di chi, tra il 2001 e il 2010, ha incamerato maggiori investimenti esteri. E la situazione minaccia di non cambiare: nel 2011, complice la difficile congiuntura economica, gli investimenti diretti esteri in Italia sono diminuiti del 53 per cento, mentre le opposizioni al governo Berlusconi facevano barriera a ogni accenno di modenizzazione del Paese. La verità è che i problemi di ieri continuano a esserci anche oggi, e non esiste la possibilità di risolverli in maniera del tutto indolore. Qualcosa si sta cercando di fare, ma non sempre si va nella direzione giusta. Basti pensare a quanto è successo con le liberalizzazioni: taxi e farmacie alla gogna e tutto come prima per i grandi monopoli e i potentati economici che frenano l’economia e ingessano la produttività. Il Wall Street Journal sostiene che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha un peso economico superiore a quello del debito. In casa nostra, però, i sindacati fecero muro contro quell’articolo 8 della manovra estiva del governo Berluscopni che intendeva introdurre il parziale stop al diritto di reintegro dal licenziamento nei casi di difficoltà economica dell’azienda.

La Fornero ci riprova
La riforma del mercato del lavoro è di nuovo sul tavolo del governo. Gli obiettivi di Elsa Fornero sono gli stessi che si era preposti Sacconi. Gli scenari, però, sembrano mutati. Quanti ieri annunciavano guerre di religione, adesso remano nella stessa direzione dell’esecutivo, compreso il Pd. La Cgil cerca la strada per pronunciare un sì che non gli costi eccessivamente in termini di consenso della base. Da qui la trattativa parallela con Monti e la Fornero che portano avanti un negoziato ufficiale con tutte le parti sociali e uno ufficioso con la Camusso. Contro Berlusconi la Cgil fece ricorso per tre volte in pochi mesi allo sciopero generale. Ora, invece, si attrezza per pronunciare un sì che dovrebbe consentire al Pd di continuare a sostenere il governo senza eccessivi problemi. Bersani, infatti, ha detto che a lui sta bene tutto quello che sta bene alla Camusso e Stefano Fassina, responsabile economico del partito, si è praticamente sfilato sostenendo che era compito delle parti trovare un’intesa. Così, mentre questa mattina a Palazzo Chigi riparte la trattativa tra governo e parti sociali, si vanno predisponendo i paletti per accedere a quel «bel sentiero largo» a cui ha accennato negli scorsi giorni la Fornero. Ostacoli ve ne sono, ma sono quelli che servono per rendere più credibili le convergenze parallele teorizzate e perseguite da Monti per salvare la faccia alla Camusso. Anche lo sciopero generale della Fiom, proclamato per il 9 marzo, va in questa direzione. Ieri, intanto, sindacati e imprese hanno tirato le somme e concordato un documento comune da portare al tavolo della Fornero. Si ha l’impressione, però, che tutto è stato già deciso.