Monti & Berlusconi a colazione. E nel Pd piangono…

La prima lettura vera l’ha offerta Angelino Alfano, attraverso Twitter: «Incontro costruttivo con Berlusconi, Monti e Gianni Letta sui principali temi dell’agenda parlamentare ed europea». Una frase che arriva dopo quasi tre ore di confronto, trascorse a colazione nelle stanze del premier mentre all’esterno e sul web impazzavano le indiscrezioni, le voci incontrollate, le ricostruzioni fantasiose e i retroscena, tra ipotesi di accordo, tattiche per il dopo-tecnici, alleanze elettorali. Tutto superato dai fatti. La colazione a Palazzo Chigi ha riportato la politica, quella vera, al centro dell’attenzione, i contenuti al posto del gossip, l’esigenza di dare un segnale vero alla gente al posto del tratto di penna sui conti pubblici e dei ragionamenti aritmetici sulle entrate e sulle uscite. Un elemento è certo: il Cavaliere si sta rimettendo in pista, non è disposto a farsi emarginare. Quelle riforme che ha iniziato quando era premier vanno portate a termine perché è questo che chiede la gente che deve far fronte a mille problemi e vuole una svolta strutturale, capace in prospettiva di garantire un futuro. Berlusconi non è mai sceso dalla nave, questo un altro significato dell’incontro con Monti. Un complotto politico ed economico l’ha disarcionato, un complotto dettato dall’odio personale e non da ragioni di credibilità, perché la mancanza di credibilità è stata costruita a tavolino con l’offensiva scatenata dalla macchina del fango. Volevano impedirgli di fare le riforme che il Paese si attende e in parte ci sono riusciti. La paura era che i consensi al centrodestra aumentassero e la sinistra fosse costretta a restare opposizione. Adesso siamo al redde rationem. E – tra le facce imbarazzate del Pd – Monti scrive su twitter: «Sono molto riconoscente a Berlusconi perché il suo atteggiamento è stato di grande responsabilità verso il Paese. Lo sento spesso, ma non lo disturbo su ogni cosa».

Interlocutore affidabile
Iniziative del governo, mercato del lavoro, liberalizzazioni e future riforme, a partire da quella fiscale. Il Pdl è oggi il “naturale interlocutore”, quello più affidabile che il governo Monti può avere. Le riforme che servono al Paese sono scritte nel suo Dna, mentre il Pd, con un occhio attento ai problemi posti dalla Cgil e l’altro fisso sulle argomentazioni dei riformisti interni, non è nelle condizioni di supportare chicchessia. L’esempio più evidente in questo senso arriva dalla riforma dl mercato del lavoro. Il governo Berlusconi con l’articolo 8 della manovra estiva aveva cercato di imbrigliare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e favorire la flessibilità. Adesso, quindi, non ha problemi a depotenziare uno strumento che in questi anni ha scoraggiato la buona occupazione, contribuendo a relegare in una sorta di limbo i giovani che cercano lavoro. Chi invece è succube dei diktat che arrivano dalla Cgil, da sempre cinghia di trasmissione tra i partiti della sinistra italiana e il mondo del lavoro, è difficile che possa smarcarsi e portare il proprio contributo alle ragioni di un governo che fa sapere di voler comunque arrivare a una riforma: con o senza il consenso sindacale. Le polemiche di questi giorni tra Walter Veltroni e il responsabile economico del Pd Stefano Fassina la dicono lunga sul disagio che sta investendo il Pd. E quelle innescate dallo stesso Fassina con l’annuncio della partecipazione alla manifestazione e allo sciopero generale della Fiom del 9 marzo fanno il resto. Enrico Letta e altri si sono ribellati e fanno capire che non si può andare avanti con i colpi di mano. Anche perché Bersani ha già minacciato di non far votare l’eventuale riforma (ma ieri ha in parte corretto il tiro) se questa dovesse arrivare all’attenzione delle Camere senza una preventiva intesa con il sindacato.

Pd a metà del guado
La spaccatura è evidente, ma Fassina la nega: nessun problema, Veltroni e gli altri rappresentano un piccola minoranza all’interno del partito. Tanto minoranza che qualcun altro ha malignato: è il gioco delle parti, sui vuole evitare il rischio concreto che il governo Monti stabilisca un legame forte con il centrodestra. Il governo, però sembra essere già un passo avanti rispetto alla querelle interna al partito di Bersani e D’Alema. Lo si capisce ascoltando quello che dice il ministro del Welfare Elsa Fornero. «Penso – afferma – che il Pd possa votare una buona riforma, ma se ci sarà accordo solo su una riforma che il governo non giudica buona, ci assumeremo la responsabilità di andare avanti e il Parlamento si assumerà la responsabilità di votarla o meno». Insomma, il partito della riforma senza intesa sembra aver fatto passi da gigante e, in questo caso, l’appoggio massiccio del centrodestra al provvedimento è diventato indispensabile e sembra certo. Soprattutto se dovesse confermarsi quella che, al momento, è solo un’indiscrezione: Monti si sarebbe convinto che è meglio una buona riforma senza intesa che una cattiva che abbia anche l’appoggio del sindacato. L’interlocutore da tranquilizzare, secondo Palazzo Chigi, più che la parte ideologizzata della Cgil sono i mercati. Se lo spread non cala ancora, infatti, sarà difficile avere risorse a disposizione per affrontare la questione fiscale e per fare il punto su crescita, Mezzogiorno e ammortizzatori. L’incontro di oggi tra governo e parti sociali, e soprattutto quello già in programma per il primo marzo, serviranno a chiarire se questa lettura è quella corretta o meno. Intanto però il Wall Street Journal ha avvertito: in termini di attrattiva nei confronti degli investimenti esteri vi costa più l’articolo 18 che il debito pubblico.
«Sulla riforma del lavoro il governo Monti – ha detto il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi – ha un grande compito: quello di portare fuori il Paese dall’emergenza facendo le riforme che da anni il Paese aspetta. La riforma del lavoro è indispensabile, abbia il grande coraggio Monti di non farsi condizionare da nessuno: vada dritto per la sua strada, su questo avrà il Pdl al suo fianco». Secondo il parlamentare del Pdl, il governo ha anche il compito di «completare la riforma iniziata prima da Treu e poi da Biagi e di portarla a conclusione con grande coraggio, senza accettare mediazioni».