“Meno tasse per tutti”? Scordiamocelo

Gli 007, un po’ James Bond e un po’ giustizieri della notte, sono stati sguinzagliati in giro per l’Italia, dai posti chic dell’alta borghesia, tra casinò e piste di sci, ai bar della periferia napoletana. Manca però il nuovo Robin Hood, ruolo che avrebbe voluto interpretare Mario Monti, perché di togliere ai ricchi per dare ai poveri non ci pensa nessuno. Così nessuno, finora, vuole tagliare una piccola fetta di tasse per dare un minimo di respiro ai contribuenti. Si parla di fisco, di task force e di altre iniziative fantasiose, ma l’unica cosa certa è che gli attesi sgravi fiscali per il momento non si vedono. E non si vede neppure il promesso fondo in cui far confluire i proventi della lotta all’evasione che dovrebbero poi servire per abbassare il peso delle imposte a carico dei meno abbienti. Era dato per imminente alla vigilia della riunione del Consiglio dei ministri di venerdì scorso, ma poi è slittato a data da destinarsi. Di certo, per il momento, ci sono solo i proventi conseguiti nel 2011 grazie all’azione del governo Berlusconi, mettendo il sale sulla coda a chi ritiene di sottrarsi al dovere di pagare le tasse. Ben dodici miliardi, più di quanto si sia mai fatto in un solo anno. Ma, per il momento Monti e Passera fanno sapere che il tesoretto non è tale da consentire il via libera alla manovra di restituzione del prelievo.

Arriva l’atto di indirizzo
È con sullo sfondo questa situazione che ieri, il giorno dopo la riunione della task force sull’evasione, è arrivato l’Atto di indirizzo sulla politica fiscale del presidente del Consiglio. Per sommi capi una vera e propria dichiarazione d’intenti sulla politica fiscale del triennio 2012-2014 i cui assi principali consistono nello «spostamento dell’asse del prelievo dalle imposte dirette a quelle indirette» e dall’obiettivo di «ridurre gli effetti distorsivi delle scelte degli operatori economici». Basteranno? Probabilmente no. Si spostano i pesi delle imposte, ma l’iniquità costituita dall’ampiezza del prelievo rimane. E i tagli alla pressione fiscale non si vedono. Anzi, è il contrario. Attendiamo quindi che la riforma fiscale venga delineata nella sua interezza per poter capire di più. Intanto accontentiamoci di leggere tra le righe laddove Monti scrive che «saranno predisposti schemi di provvedimenti normativi diretti al riequilibrio del sistema impositivo, anche relativamente alla tassazione dei redditi finanziari». Il che sembrerebbe voler dire che questi ultimi pagheranno di più a beneficio di quelli sul reddito che, invece, dovrebbero essere attenuati. Ci sono poi gli impegni sui rimborsi ai contribuenti che ne hanno diritto, rispetto ai quali c’è l’impegno del governo per «una tempestiva liquidazione» con riferimento alle cifre richieste «nell’anno precedente a quello dell’osservazione»; la valorizzazione del merito nella pubblica amministrazione e l’attribuzione di «una rendita catastale presunta in presenza di fabbricati mai dichiarati in catasto». Il tutto in presenza di misure fiscali che indagheranno soprattutto il settore immobiliare al fine di contrastare fenomeni di evasione e di elusione fiscale.

Le tasse sui consumi
La riforma di maggiore impatto è quella con cui si intende spostare la tassazione dalle imposte dirette (in Italia incidono per il 14,5 per cento del Pil) a quelle indirette (Iva, accise, tasse di registro e altre che pesano per il 13,9), ossia dai redditi ai consumi. È una ricetta su cui negli scorsi anni si è molto discusso all’interno del centrodestra e che l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha sempre rimandato perché non riteneva esistessero, al momento, le condizioni per realizzare una rivoluzione di questo tipo. È evidente, infatti, che tassando i consumi si tassano tutti indiscriminatamente, perché ognuno di noi quando compra una merce la paga la stessa cifra indipendentemente dal reddito percepito, mentre sulle buste paga la tassazione è progressiva. Obiettano in molti, però, che maggiore è il reddito di una famiglia e maggiori sono le spese effettuate per cui, alla fine, chi più compra più paga. Forte è, in ogni caso, il rischio che, in questo modo, i consumi possano diminuire e l’inflazione addirittura aumentare, come dimostra il recente aumento dell’Iva. In ogni caso, così facendo, si libererebbero delle risorse che potrebbero essere spese anche effettuando investimenti, mentre adesso il fisco interviene a monte e non c’è nessuna possibilità di modificarne il comportamento: ingrassa la macchina pubblica e ipoverisce il settore privato. Il che ha consentito in questi anni di foraggiare la spesa parassitaria e clientelare a scapito di quella produttiva.

Il prelievo sui salari
La Cgia di Mestre fa qualche conto e riferisce che l’Italia è al top in Europa per quanto attiene all’imposizione diretta: si paga di più solo in Danimarca, Svezia e Regno Unito. Ma è soprattutto il costo del lavoro a farne le spese: per ogni euro in busta paga l’impresa paga più del doppio e questo non aiuta l’occupazione, impoverisce i redditi e rappresenta un gap formidabile alla crescita dei consumi. Un riequilibrio sarebbe perciò in qualche modo auspicabile e ai sindacati non dispiacerebbe. Diverso, invece, il parere della Confcommecio. Non è questo – si sostiene – di cui il Paese ha bisogno: «Ci vuole una riduzione netta della pressione fiscale». Chi pensava che la rivoluzione fossa in marcia dovrà ancora attendere.