Ma il contratto a Celentano chi l’ha firmato?

Qualcuno che conta nel servizio pubblico radiotelevisivo, quella immensa azienda nazionale in costante risanamento economico e al centro di polemiche politiche di ogni genere e tipo, ha accettato un diktat insensato da parte di un cantante ultrasettantenne che non vuole cedere il palco e si è fatto pagare quattro volte lo stipendio annuo di un presidente del Consiglio ottenendo 50 minuti di “tempo pubblico” senza freni, controlli o limitazioni, da utilizzare per promuovere se stesso, insultare e mettere alla berlina chi non si inchina dinanzi alla sua icona. In questo episodio si riassumono tutti i mali della Rai. Soldi pubblici regalati come fossero soldi del Monopoli ai soliti noti o loro affini. Uno spettacolo volgare, di bassa qualità e di nessun interesse sociale o culturale. La concessione di un’arma comunicativamente terribile ad alcuni – e solo a loro – perché la usino per i propri interessi privati. Lo scaricabarile delle responsabilità. Si parla di Rai se il direttore del Tg1 è troppo vicino a un partito o troppo lontano da un altro. Si discute sull’etichettatura dei membri del Cda. Ma poi, una volta dentro il circuito, conduttori, artisti, direttori, diventano autoreferenziali e intoccabili. Gestiscono la loro quota di spazio pubblico piazzando i loro amici, stabilendo il prezzo, incassando sponsorizzazioni e insultando chi gli sta sul gozzo. A una media di un milione a settimana. Toc! Toc! C’è nessuno in ascolto?