Lusi tratta la resa. Si immola come il “compagno G”?

Lui ha proposto un anno di reclusione, ma la procura l’ha ritenuto «non congruo». Alla fine potrebbero accordarsi per due anni, visto che il massimo di pena prevista per l’appropriazione indebita è di tre. Intanto si tratta sull’entità del “rimborso”. La proposta qui è di 5 milioni di euro, l’ultima parola spettarà alla Margherita. Una volta trovato l’accordo, il pm Stefano Pesci potrà chiudere le indagini e considerare formalmente conclusa la vicenda giudiziaria di Luigi Lusi, l’ex tesoriere che ha ammesso di aver sottratto 13 milioni alle casse del fu partito di Francesco Rutelli.

Nessuno scioglie i nodi politici
Restano però aperti tutti i nodi politici. Anche in questo campo si è registrato un tentativo di uscirne rapidamente. Lusi, dopo essere stato braccio destro di Rutelli, oggi è senatore del Pd. Ieri è stato «escluso» dal gruppo parlamentare, con un voto all’unanimità. Ora più d’un democrat chiede che sia espulso proprio dal partito. Decisione e richieste si aggiungono alle prese di distanza dei giorni scorsi, ma esattamente come quelle non chiariscono i molti dubbi che restano sulla vicenda e che pesano tanto sul Pd quanto sull’attuale leader dell’Api, sul comitato di Tesoreria della Margherita e sull’intero gruppo dirigente dell’ex partito. Di interrogativi che restano ancora senza risposta, ieri, erano pieni tutti i quotidiani. «Lusi ha speso tutti i soldi per sé?», si chiedeva Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera. «Certo è incredibile come nessuno nella ex Margherita abbia controllato le azioni di Lusi», commentava Francesco Grignetti sulla Stampa. «Dove erano il comitato di Tesoreria e il suo presidente Gianpiero Bocci? E il collegio dei revisori dei conti? È anche a queste domande che dovrà rispondere la procura di Roma», era poi la sollecitazione di Carlo Bonini su Repubblica, che all’argomento dedicava anche un editoriale firmato da Gad Lerner. «Confidiamo di sapere al più presto – vi si leggeva – se davvero si tratti solo di un clamoroso episodio di disonestà personale, come affermano gli ex dirigenti della Margherita, o se invece Lusi stia sacrificandosi anche nell’interesse di altri». Ma Lerner ha incalzato anche Bersani che, nonostante le ammissioni, non ha deferito immediatamente Lusi ai probiviri. «Forse – chiedeva il giornalista – perché Lusi è depositario di troppe informazioni riservate, come già Filippo Penati?».

Il silenzio del “compagno G”

Il sospetto che emerge – e che è tutt’altro che velato – è insomma che dietro il caso Lusi e la sua incondizionata ammissione di colpa individuale vi possa essere un nuovo caso “compagno G”. Primo Graganti, collaboratore amministrativo di Botteghe Oscure, fu candannato per la tangente Enel, con l’accusa di finanziamento illecito all’allora Pci-Pds. Di fronte ai pm di Mani pulite Greganti si assunse tutta la responsabilità della “mazzetta”, che disse di aver intascato per sé. Rimase in carcere per mesi senza mai accusare nessuno del partito. E nessun dirigente nazionale del partito, alla fine, venne condannato, ma – spiegò il pm Paolo Ielo – solo perché Greganti (insieme a Giovanbattista Zorzoli che dal partito era stato messo nel cda Enel), tra silenzi e bugie, era riuscito a impedire che si risalisse al destinatario finale della tangente. Ielo non aveva dubbi, però, che il partito fosse coinvolto e lo ribadì nel corso della sua requisitoria. Anni dopo Marco Travaglio sostenne che proprio la vicenda di Greganti era la prova che al Pci-Pds non era stato fatto alcun favore giudiziario.

Ma ora i partiti diventino “legali”

Nel caso Greganti, esattamente come nel caso Lusi, a giustificare il giro illecito di soldi c’erano degli acquisti immobiliari. Fu Gherardo D’Ambrosio a verificare che una casa era stata effettivamente acquistata, ma i dubbi rimasero. Le indagini su Lusi hanno fatto emergere l’acquisto di una casa nel centro di Roma e di una villa a Genzano, ma a conti fatti mancano alcuni milioni all’appello. Tra i due casi però c’è una differenza sostanziale: lì il quadro era di fondi illeciti fatti arrivare al partito, qui di soldi leciti sottratti illecitamente al partito. Quei 13 milioni passati per le mani di Lusi infatti vengono dai rimborsi elettorali e molti ora chiedono che, finalmente, si attui l’articolo 49 della Costituzione, ovvero che la si smetta di trattare i partiti come associazioni private e che la loro vita interna sia disciplinata per legge, all’insegna della trasparenza.