L’ombra di Sonia sul destino dei marò in India

Chi lo attacca apertamente, chi ne sollecita un impegno senza cedimenti per far rispettare il diritto internazionale e difendere i due marò italiani arrestati in India, con l’accusa di aver ucciso due pescatori locali nel corso di un’azione anti-pirateria. Certo è che il governo Monti si trova in queste ore a gestire una situazione che tutti definiscono complessa e nella quale i buoni uffici della diplomazia nostrana rischiano di scontrarsi con le tensioni politiche interne al Paese. Pesa soprattutto un “dettaglio”: l’origine italiana di Sonia Gandhi. Contro la potente presidentessa del Congresso, la nascita “straniera” viene spesso agitata come arma politica. Una circostanza tanto più delicata se la crisi in cui è coinvolta l’India riguarda direttamente l’Italia.

Strumentalizzazioni elettorali?

Ieri i due soldati del San Marco, Massimiliano Latorre e Salvatore Girono, sono stati interrogati da un magistrato indiano, in un clima particolarmente difficile: lo Stato in cui si trovano in condizione di fermo, il Kerala, è interessato da elezioni e intorno al caso si stanno registrando fortissime pressioni mediatiche e – è il timore – propagandistiche. «Nello stato indiano del Kerala sono in corso elezioni politiche ed amministrative che rischiano di poter avere qualche influenza sull’indagine e sulle autorità giudicanti», ha spiegato ieri il ministro degli Esteri Giulio Terzi, volendo però allontanare il sospetto: «Confido – ha aggiunto – che non sarà così».

L’inganno agli italiani

Ma i segnali non sono dei più rassicuranti e ieri a Kollam, città in cui si sono svolti gli interrogatori, la casa del magistrato competente è stata circondata da una folla di esponenti di tutti i partiti, impegnati in una manifestazione anti-italiana. Inoltre, una protesta è stata annunciata anche da parte delle associazioni dei pescatori, che hanno minacciato di ritrovarsi a Kochi, la città portuale in cui si si trova la petroliera “Enrica Lexie” difesa dagli uomini del San Marco e fatta uscire dalle acque internazionali con quello che il comandante ha definito «un inganno»: le autorità locali lo avrebbero invitato ad andare in porto per fare il riconoscimento di un peschereccio con delle armi a bordo, ma non c’era alcun riconoscimento da effettuare e l’obiettivo era solo quello di trattenere la nave.

Tecnicamente già arrestati

Negli stessi momenti in cui si svolgevano le proteste, il magistrato indiano stava interrogando i due soldati. Sono state dopo due ore di faccia a faccia, al termine delle quali agli italiani è stato comminato un fermo di tre giorni, estendibile a 14. Ufficialmente la giustizia indiana si pronuncerà su un eventuale arresto solo al termine del fermo, ma fonti che seguono la vicenda parlano dell’atto di ieri come di un arresto tecnicamente già in atto. Non a caso i legali dei due marò oggi stesso presenteranno un ricorso per “eccezione di giurisdizione” all’Alta Corte del Kerala: chiederanno che venga confermato che l’incidente è avvenuto in acque internazionali e non indiane e, quindi, che il diritto internazionale prevalga su quello indiano.

Le incongruenze indiane
La competenza è la madre di tutti i problemi: l’India – ma sarebbe più corretto dire le autorità del Kerala – non la vuole cedere. In più, avocandola a sé, rifiuta in toto la versione italiana dei fatti, per altro suffragata da dati oggettivi. Il primo fra tutti è che, come è stato rilevato dai tracciati satellitari, la Enrica Lexia si trovava effettivamente in acque internazionali al momento dell’incidente. Solo dopo si collocano tutte le altre incongruenze della versione indiana: dal numero di colpi sparati dai soldati italiani, all’orario della morte dei due pescatori, alla reale natura dell’imbarcazione su cui si trovavano, fino al fatto che in quella fetta di mare vi sarebbe stato un altro attacco dei pirati, per concludere con il mancato assenso all’autopsia.

«Una cosa ingarbugliata»
«È una cosa molto ingarbugliata, il caso diplomatico è già nato», ha detto ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sottolineando che «l’importante è che si risolva». Anche per Margherita Boniver, membro della commissione Esteri della Camera, «si è aperto un contenzioso molto duro e molto complesso e credo molto difficile, perché tra India e Italia non c’è accordo su nulla». Lo stesso ministro Terzi è stato chiaro: «Finora non credo sia stata sviluppata quella collaborazione che sarebbe auspicabile e consentirebbe una via d’uscita in tempi rapidi». Per la Boniver «in questa fase c’è poco da essere ottimisti», ma la deputata del Pdl non ha dubbi sul fatto che «il governo italiano stia facendo fino in fondo la sua parte».

Le sollecitazioni al governo
Non tutti però sembrano pensarla così. Il più duro è stato il presidente della commissione Esteri di Montecitorio Stefano Stefani, per il quale di fatto l’India sta prendendo «l’Italia e questo governo a “pesci in faccia”». I toni duri di Stefani si potrebbero forse spiegare con la sua appartenenza a un partito d’opposizione, la Lega. Ma anche nel Pdl e nel Pd si è chiesto conto della situazione. Il senatore Domenico Gramazio ha presentato un’interrogazione, mentre da Montecitorio è stato Edmondo Cirielli a chiedere che «il governo Monti avvii una sollecita ed energica azione a sostegno delle ragioni del diritto internazionale. Si convochi l’ambasciatore indiano e la magistratura italiana apra un’inchiesta per sequestro di persona». Per il Pd è stato poi Alessandro Maran a chiedere al governo di riferire immediatamente in Parlamento. Ma a farsi sentire è stata anche la procura di Roma. Da giorni ha aperto un fascicolo sul tentativo di abbordaggio alla petroliera, ma ieri ha dovuto reclamare informazioni da parte dei tre ministeri che seguono la vicenda anche in loco: Farnesina, Giustizia e Difesa. Nonostante le sollecitazioni, è stato fatto sapere, la procura non aveva ancora ricevuto informative ufficiali, con l’effetto di non poter «affrontare il problema delle responsabilità e delle competenze sulla posizione dei marò».