La Merkel dà “buca” a Monti: i Baci Perugina? In altra data

Che jella. Lo spettacolo è rinviato, i biglietti saranno rimborsati. La grande sceneggiata dell’incontro da Baci Perugina tra Monti e la Merkel non è andata in scena a causa delle improvvise dimissioni del presidente tedesco Christian Wulff, che ha lasciato l’incarico dopo essere stato travolto dagli scandali. La Cancelliera è rimasta in Germania. Gli inchini, i «quanto ti voglio bene, caro Mario», «quanto ti stimo, cara Angela» traslocati su un altro palcoscenico a data da destinarsi. Tutto era pronto per fare assumere a Monti il ruolo di protagonista nella vicenda del debito greco e dei finanziamenti ad Atene (e di nascosto ricevere altri diktat dalla Merkel). Invece così è saltata anche la triangolazione con Giorgio Napolitano, pronto a recitare per l’ennesima volta la parte di padre nobile di questo governo che, ormai, sembra più preoccupato di dare garanzie all’estero che agli italiani. Alla fine, visto che i tempi stringono (in Grecia, entro marzo, vengono a scadenza 15 miliardi di euro di titoli pubblici), si è optato per un confronto telefonico a tre: Merkel-Monti-Papademos, il premier greco che viene dalla Bce. Poi, a Palazzo Chigi, l’incontro con il ministro delle Finanze del Canada, Jim Flaherty. Ma in termini di immagine non è stata la stessa cosa: mancavano riflettori e scene da kolossal.

Un’improvviso stop d’immagine

Per il premier italiano che intendeva accreditarsi come l’uomo in grado di colmare il fossato esistente tra Berlino e Atene, si può parlare di una battuta d’arresto. Anche se le agenzie di stampa sottolineano che, in vista del vertice dell’Eurogruppo di lunedì prossimo, negli ambienti interessati prevale l’ottimismo. E fiduciosi su una possibile intesa si sono detti anche Monti, Merkel e Papademos al termine della telefonata di ieri. Fiducia che ha contagiato anche le Borse, in attesa che lunedì il presidente del Consiglio italiano parli agli operatori della comunità finanziaria milanese, prima di partecipare all’Eurogruppo.

Attivismo a tutto campo

Il fronte greco non è l’unico su cui si muove Monti. Giovedì 23 febbraio, alle ore 12, incontrerà il presidente del Consiglio spagnolo Mariano Rajoy, quindi, nel pomeriggio, riceverà il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz. In entrambe le occasioni farà seguito una conferenza stampa, perché con i tempi che corrono la preoccupazione maggiore sembra essere proprio quella di assumere un ruolo da protagonisti. A Monti, in particolare, la redazione unica del Repubblichiere della Sera, nonché il Quirinale e i partiti della vecchia opposizione, hanno assegnato il ruolo di “araldo” del nuovo corso. Si vuole vendere a tutti la notizia che con il cambio Berlusconi-Monti a Palazzo Chigi l’Italia, prima Cenerentola, è diventata la punta di lancia dei Paesi più illuminati, dopo aver fatto le pulizie tra le mura domestiche. In realtà il nuovo corso è più gradito non perché l’altro era presentabile – come vorrebbero i partiti della ex opposizione e la grande stampa – ma perché con l’arrivo di Monti a Palazzo Chigi si è accettato di fare quello che la Merkel e Sarkozy chiedevano invano al Cavaliere: eliminazione delle pensioni di anzianità e aumento delle imposte.

Sponsor della crescita

Non è un caso se, proprio ieri, lo stesso premier parlando al Parlamento europeo ha detto che «l’Italia sta portando con crescente intensità la voce della crescita proprio perché si sente la coscienza a posto». Abbiamo «chiesto e ottenuto in sede di Consiglio europeo – ha aggiunto Monti – di dare priorità più alta alla crescita fra gli obiettivi di politica economica, questo è possibile senza mettere in discussione la disciplina di bilancio». Parole che non possono non suscitare consenso, ma che suonano vuote di significato senza l’ok preventivo della Merkel che finora è stato un attento custode del rigore. Per quanto riguarda la Grecia, poi, a complicare le cose c’è anche la scadenza elettorale, in calendario per aprile. Dalla Ue si vorrebbe che i partiti prendessero impegno che comunque vada la consultazione gli impegni assunti saranno mantenuti. Un fatto scontato? Per nulla. Quando si parla di Grecia tutto è possibile. Si pensi che in occasione della prima tranche di aiuti erano stati previsti cinque miliardi di euro di privatizzazioni, ma la vendita di beni pubblici si è fermata a un miliardo e ottocento milioni e del resto non c’è traccia. Anche per questo i tedeschi sono divisi su una possibile insolvenza di Atene: secondo il quotidiano Sueddeutsche Zeitungil ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble sarebbe per il fallimento, mentre la Merkel lo considera un’eventualità troppo rischiosa.

Wulff e la Merkel
Adesso, comunque, la Merkel deve avere il tempo per leccarsi le ferite. Non a caso Berlino ha confermato l’incontro a Roma con il primo ministro italiano ma, secondo Die Zeit, non prima della prossima settimana. Christian Wulff, presidente della Repubblica, aveva goduto a lungo del sostegno della Cencelliera e quindi il suo abbandono può annoverarsi come una sconfitta del primo ministro tedesco. Le dimissioni sono arrivate dopo la richiesta di giovedì da parte della procura di Hannover della revoca dell’immunità: è stato questo il passaggio decisivo che ha convinto l’inquilino di Bellevue a mollare. La magistratura vuole indagare su episodi opachi – scovati dalla stampa – della vita di Wulff durante il suo mandato di presidente del Land della Bassa Sassonia (2003-2010), che configurerebbero, per ora, sul piano giuridico, uno “scambio di favori” con amici imprenditori. Il caso Wulff è esploso per i tedeschi con un articolo pubblicato dalla Bild il 13 dicembre scorso. Si accusava il presidente di aver ottenuto dalla moglie di un amico imprenditore, Egon Geerkens, un credito privato a tassi agevolati per comprare una casa. L’accusa che gli ha rivolto la stampa è di aver mentito al Parlamento del Land che presiedeva, rispondendo all’interrogazione con la quale gli si chiedeva se avesse mai avuto rapporti d’affari con l’imprenditore con un secco «no». L’affaire Wulff si è poi inasprito, quando è venuta fuori una telefonata con la quale il presidente aveva tentato di fermare il caporedattore della Bild, chiedendo di impedire o di ritardare – sono diverse le versioni delle due parti – la pubblicazione dell’articolo. Wulff ha lasciato un messaggio nella segreteria telefonica di Kai Diekmann. E per giorni si è discusso in Germania sulla possibilità – negata dal presidente – di rendere pubblici i contenuti della chiamata. Dopo la richiesta della procura di Hannover, la situazione era diventata insostenibile. Almeno secondo i tedeschi.