Il Quirinale chiede al Parlamento di “lavorare poco”

Tutto apparentemente fila liscio come l’olio, ma la giornata di ieri, per il governo Monti, è stata una delle più travagliate della sua breve e recente storia. Nel giorno in cui l’esecutivo dei tecnici festeggia i suoi primi cento giorni, in entrambi i rami del Parlamento la maggioranza bipartisan dà segnali di nervosismo, nonostante il voto di fiducia sul Milleproroghe incassato con un consenso più ampio del precedente. Ma in più occasioni, a Montecitorio, il governo va in confusione sugli ordini del giorni e in un paio di occasioni va sotto, con somma soddisfazione della Lega. In più, il Colle bacchetta il governo e il Parlamento sulle eccessive modifiche “non in linea con il decreto” apportate al testo, che ne mettono addirittura a rischio il suo varo. Nelle stesse ore, al Senato, il decreto sulle liberalizzazioni subiva profonde modifiche in Commissione Industria, scatenando le ire dei principali sponsor del governo Monti, quelle del Terzo polo, che si spingeva fino al punto di minacciare di non votare il provvedimento in aula. Fuffa, chiaramente, ma quanto basta per allarmare il premier, che ieri s’è affrettato a tranquillizzare Casini, Rutelli e Fini. Ma fino a un certo punto.

I due “rovesci” in aula
Il governo è andato sotto una prima volta su un ordine del giorno relativo alla scuola, per l’inserimento in fascia aggiuntiva alle graduatorie in esaurimento entro l’anno scolastico 2012-2013 dei docenti che si sono abilitati tra il 2008 e il 2011. Un secondo ordine del giorno è passato su iniziativa leghista (e con il voto contrario del Pd) sulla questione del canone Rai per Pc, tablet e smartphone, sul quale il governo aveva espresso parere contrario. L’odg, a prima firma Davide Caparini, impegna il governo e in particolare al ministro dello Sviluppo economico a valutare l’opportunità di stilare entro 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto “un elenco degli apparecchi atti o adattabili”’. Sul voto di fiducia, invece, l’esecutivo ha ricevuto  57 voti in più dei 420 registrati il 9 febbraio scorso sul dl svuota-carceri. Nelle precedenti occasioni l’esecutivo aveva incassato 469 voti favorevoli il 26 gennaio (ancora dl milleproroghe), 495 il 16 dicembre (dl manovra) e 556 il 18 novembre (l’insediamento).

Le critiche di Napolitano
Come accadeva già ai tempi di Berlusconi, ma con tutt’altra enfasi da parte dei media, ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha bacchettato il governo e il Parlamento: «Anche in occasione del recente decreto-legge “milleproroghe” sono stati ammessi e approvati emendamenti che hanno introdotto disposizioni in nessun modo ricollegabili alle specifiche proroghe contenute nel decreto e neppure alla finalità indicata nelle premesse di garantire l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa». Una critica che coinvolge anche le Camere, alle quali si rivolge il Capo dello Stato precisando che le disposizioni «avrebbero dovuto trovare più corretta collocazione in un distinto dl». Quella prassi, sostiene il Colle, mette la legislazione a rischio di bocciatura da parte della Corte Costituzionale. Una notizia che in Transatlantico ha creato subito malumore, soprattutto tra le fila del Pd: «Il messaggio è che d’ora in poi i testi che arrivano dal governo non si toccano più». E se arriva l’articolo 18?

Il Senato “bollente”
A Palazzo Madama i problemi per il governo sono decisamente peggiori. Governo e relatori sono al lavoro per cercare di sciogliere i nodi più intricati del pacchetto liberalizzazioni, ma la fumata bianca è lontana. Ieri la commissione Industria si è riunita solo per pochi minuti in mattinata per poi proseguire i lavori in una riunione informale. Tra gli argomenti affrontati nella riunione informale – ha spiegato ieri il presidente della commissione Cesare Cursi – la norma sui servizi pubblici locali, che sarebbe in dirittura d’arrivo. Si rinforzerebbe la parte che riguarda i servizi in house così da favorire le aggregazioni per una maggior concorrenza. Poi si affronterebbe il pacchetto energia, e in particolare lo scorporo Eni-Snam chiarendo meglio i tempi dell’operazione. E si tratta ancora sulle farmacie nonostante un testo annunciato dal governo. In stand-by anche il tribunale per le imprese in attesa della relazione tecnica alla norma. Un accordo di massima sarebbe invece già stato raggiunto sugli articoli 26 (imballaggi), 37 (trasporto ferroviario) e 39 (diritto d’autore). Nessuna modifica sulle licenze per i taxi, rispetto all’emendamento presentato dai relatori al decreto legge liberalizzazioni, precisa Cursi, che ha risposto così alle dichiarazioni fatte dal Terzo polo. La proposta di modifica presentata da Simona Vicari e Filippo Bubbico depotenzia l’Autorità dei trasporti, stabilendo che il numero delle licenze sarà deciso dai comuni, mentre all’Authority spetterà il compito di stilare una relazione non vincolante sulle esigenze legate al numero delle licenze. La discussione sul tetto del numero di abitanti per ogni farmacia, invece, «è aperta». Attualmente il dl fissa a 3.000 il numero degli abitanti necessari per poter aprire una farmacia. Il governo sarebbe disposto a elevare il tetto a 3.300 abitanti «mentre io insisto su 3.500», ha spiegato Cursi. Via libera a un emendamento di Franco Pontone che equipara gli assicurati “virtuosi” del nord e del sud.
 
I mal di pancia di Rutelli
Proprio il Terzo Polo, a sorpresa, ieri ha puntato (o fatto finta…) i piedi con il governo. E ha denunciato “l’effetto palude” che ha di fatto “snaturato” il decreto sulle liberalizzazioni. «I cambiamenti introdotti verranno valutati e poi Udc, Fli e Api decideranno se votarlo o meno», ha minacciato  Francesco Rutelli, presidente dell’Api. «Esprimiamo la nostra preoccupazione – ha detto Rutelli al termine di una riunione delle tre componenti del Terzo Polo – per i rischi che il dl venga snaturato e che si dia agli italiani, all’Europa e ai mercati, l’impressione che il Parlamento sia una tela di Penelope, dove arrivano delle misure del governo che poi vengono smontate.