Il Pd, la stampa e la libertà: “Il Riformista” (e il Colle?) bocciano De Benedetti

Far litigare le diverse anime della sinistra così bella e buona? Non è difficile. Basta che ci siano di mezzo i soldi. Vedere per credere il corsivo bruciante che ieri il Riformista – quotidiano di estrazione migliorista e in odor di Quirinale – dedicava all’ingegner De Benedetti. Galeotta fu la stilettata del patron di Repubblica ai sussidi pubblici ai piccoli giornali, Riformista (e Secolo d’Italia…) compreso. «Per favore – ha tuonato, magnanimo, la tessera numero uno del Pd – togliamo i finanziamenti all’editoria laddove l’editoria non sta in piedi da sola. Non si tengono in piedi i morti, perché c’è puzza di cadavere». Il commento di Marcello Del Bosco, penna del quotidiano di Macaluso, è affilato e non fa sconti: «Che a De Benedetti tutti i discorsi sul pluralismo, sulla libertà di informazione, sull’esigenza di un paese civile di avere il massimo di voci libere e non condizionate dai poteri forti, facciano un baffo non è proprio una sorpresa. Avete banche? Conti in Svizzera? Siete soci di multinazionali? No? E allora state zitti e non rompete gli zebedei». Il colpo da ko arriva tuttavia  nella seconda parte dell’articolo, laddove si ricorda la storia di Giovanni Tizian, giornalista della Gazzetta di Modena (gruppo De Benedetti, appunto) sotto scorta a causa dei suoi articoli scomodi. Articoli che, tuttavia, vengono pagati quattro euro a pezzo dalla illuminata proprietà. Della serie: com’è umano l’Ingegnere. «Mistero svelato. Si potesse tornare allo scudiscio, alle catene e al manganello – chiosa Del Bosco – l’editoria sarebbe florida e opulenta». Il colpo è ben assestato. Fa infatti particolarmente impressione (be’, almeno la fa nelle anime candida che fingono di non sapere) vedere come nel cuore stesso della sinistra etica, degli ottimati autoproclamatisi, degli unti dalla Costituzione regni la più spietata, disumanizzante e darwiniana legge del mercato. E anche la querelle sui finanziamenti all’editoria (che il Riformista combatte pro domo sua, e a ragione) è in effetti in ballo un certo modo di vedere il lavoro, la cultura e, forse, la vita. Tanto per restare in ambiente para-piddino, vale la pena ricordare cosa scriveva il direttore di Europa Stefano Menichini: «“Se non sai vivere nel mercato, è giusto che tu muoia” è la frase che mi sento rivolgere sempre, da gente che non si permetterebbe mai di parlare così a un minatore del Sulcis, a un metalmeccanico di Termini Imerese, a un panettiere di Milano, a un orchestrale dell’Opera di Roma, a un attore del Valle. Siamo in tanti fuori dal mercato, forse ci siamo tutti, voglio dire tutti gli italiani: vogliamo morire abbracciati?». Menichini lo scriveva settimane fa, commentando alcune riflessioni di Giuliano Ferrara, ma sono parole che calzano a pennello anche in questo caso. Ora a Europa (e al Riformista) non resta che spiegarlo alla tessera numero uno del suo partito di riferimento.