Finiti gli spot, i Monti-boys in Purgatorio

Dal Paradiso al Purgatorio. Proprio allo scadere dei fatidici primi cento giorni (il giuramento c’è stato il 16 novembre, siamo quindi a quota 98), il governo tecnico si è reso conto che la luna di miele sta finendo. Una luna di miele creata grazie a una macchina propagandistica di grande livello, dai giornali che piacciono all’alta finanza, dalle tv e dalla santificazione libraria. Finora Monti – tra applausi della claque e dei vip, trombe e fuochi d’artificio – si è intestato i meriti altrui (molti dei provvedimenti varati non erano altro che il completamento di quanto avviato da Berlusconi), ha usufruito dei risultati della lotta all’evasione fiscale condotta dal suo predecessore e ha fatto un tour mondiale, manco fosse una rockstar. Ha paradossalmente cavalcato l’antipolitica – proprio lui, un paradosso – mettendo di fatto in quarantena i partiti e il loro potere. Ora, però, il fumo si è dissolto, l’arrosto tarda ad arrivare, spuntano le contestazioni di piazza (che coinvolgono anche Napolitano, considerato il “padre” del governo dei banchieri), la rivolta del web, il nervosismo dei sindacati, i malumori della base dei partiti e i contrasti interni.

Monti-boys al palo
L’esecutivo dei Monti-boys ha beneficiato di una sorta di congiunzione astrale non ripetibile. E adesso, che di fronte gli si parano ostacoli veri (riforma del lavoro, risorse per la crescita, fisco e quant’altro), si trova come un pesce fuor d’acqua e prende tempo. Così, a chi si aspettava la diminuzione delle tasse, il premier dice che bisogna aspettare il 2014 (quando, guarda caso, ci sarà un altro governo). E la promessa di destinare le risorse che arriveranno dalla lotta all’evasione fiscale a favore delle fasce deboli? Anche per questo provvedimento lo spartiacque è il 2014: ne beneficeranno le detrazioni fiscali per i familiari a carico. Ma per ora, con il decreto di venerdì prossimo, arriverà solo un fondo in cui confluiranno i proventi della lotta all’evasione e una serie di semplificazioni. E stessa sorte sono destinati a seguire gli ammortizzatori sociali, la cui riforma è rimandata a dopo l’autunno del 2013. Intanto si farà soltanto manutenzione. Mezzogiorno, sviluppo e nuova occupazione per crescere dovranno guardare all’Europa. E in quella sede, infatti, che il premier sta spingendo per ottenere correttivi ai vincoli di bilancio. Anche qui, in sostanza, non c’è nulla di diverso rispetto a quanto sosteneva il Cavaliere.

Quirinale in difesa
Ma se Atene piange, Sparta certamente non ride. Anche, Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica e principale sponsor del governo Monti, sta cominciando a rendersi conto che la musica è cambiata. Lunedì, a Padova, è stato contestato il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, ma in Sardegna, a Cagliari, è stato preso di mira anche l’inquilino del Quirinale, costretto a difendersi dall’accusa di essere l’uomo delle banche e del capitale finanziario. Il presidente ha risposto per le rime ma, evidentemente non è stato abbastanza convincente. Ieri gli è arrivato il sostegno di Monti che, in conferenza stampa a Bruxelles, ha parlato di «fari per la consapevolezza europea», sostenendo che il primo «è il capo dello Stato». Ma a Sassari non sembrano pensarla allo stesso modo. Pastori, indipendentisti, ma anche operai della Vinyls e un gruppo di persone hanno intonato cori di protesta nei confronti del presidente, all’insegna di «Buffone, buffone» e «Non ti vogliamo». Anche i cartelli hanno fatto la loro parte: «Napolitano servo dei banchieri», la scritta più gettonata per il secondo giorno consecutivo. E a poco sono servite le constatazioni dell’inquilino del Colle sul fatto che «servono progetti di sviluppo per la Sardegna» e che la «condizione dei giovani rappresenta la principale spina nel fianco del Paese». Emergenze reali a cui, dice Napolitano pensando a chi lo contesta, non si può rispondere con le «formule ideologiche».

Passaporto per la crescita
Dopo il nulla di fatto nell’incontro di lunedì tra il ministro del Welfare Fornero e le parti sociali, l’affondo vero del governo dovrebbe arrivare tra domani e il primo marzo, con due incontri già fissati tra governo e parti sociali. Finora l’intesa possibile si è fermata ai contratti di apprendistato, mentre le novità riguardanti l’indennità di disoccupazione e la cassa integrazione speciale sono rimandate a fine 2013. Il piatto forte, però, è costituito dalla flessibilità, in entrata ma anche in uscita. E sull’articolo 18 sindacato e governo continuano a essere divisi dal muro dell’incomunicabilità, dopo che sugli ammortizzatori sociali ci si è fermati alla constatazione che mancano le risorse per fare una riforma degna di questo nome. «Noi – ha detto ieri il ministro Fornero – siamo stati impegnati nella riforma delle pensioni e attualmente siamo impegnati a riformare il mercato del lavoro come meccanismi atti a scardinare lacci e lacciuoli pesanti rispetto alla capacità del Paese di crescere che è l’unica vera chiave in grado di restituire risorse al Paese». Risorse a cui il governo sembra non intenda rinunciare. Monti, infatti, ha detto chiaramente che la riforma del lavoro si farà con o senza il consenso del sindacato e arriverà entro marzo. Un’uscita che ha fatto dire a Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, che «l’esecutivo vuole rompere la trattativa». Emma Marcegagia, però, chiama il sindacato alle sue responsabilità e, applauditissima, parla a Firenze a un convegno di Federmeccanica e riferendosi all’articolo 18 afferma: «Noi non vogliamo un sindacato che protegge gli assenteisti cronici, i ladri e i fannulloni». A chi si riferisce? Alla Cgil? A Corso d’Italia non gradiscono: «Smentisca», rispondono su Twitter a stretto giro di posta. Il Purgatorio è difficile, Monti ora lavora per evitare l’inferno.