Con Monti ecco il governo calvinista

L’ha buttata lì come la cosa più naturale del mondo, quasi per vedere l’effetto che fa. Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica, gigioneggia con Enrico Bertolino a “Glob Spread” e tra una facezia e l’altra, nel raccontarci quanto è sbagliata l’Italia, quanto sono cattivi gli italiani e quanto, invece, è integerrimo il professor Monti, se ne esce così: «All’Italia è mancata una riforma protestante e una sana borghesia calvinista». Sottointeso: è mancata fino ad ora. Perché con il governo bocconiano, par di capire, staremmo recuperando terreno. Ora, Repubblica in senso generale e Giannini in particolare sono più che fan dell’esecutivo. Ne sono, in qualche modo, gli ispiratori e gli ideologi ufficiali. Nessun complottismo, per carità. Sono agli atti, del resto, gli articoli in cui il vicedirettore del quotidiano di De Benedetti auspicava che il «“partito trasversale” dei ceti produttivi» mettesse «in mora Berlusconi» e proponeva «una “supplenza”» delle parti sociali rispetto a una politica che «non ce la fa». Ecco, ora da questo pulpito ci arriva un suggerimento prezioso: la vera ideologia di questo governo tecnico – che per definizione dovrebbe essere non ideologico – è il calvinismo. Ai politici cattolici che sostengono Monti si potrebbe chiedere se basti un Riccardi a buttar giù il rospo del primo esecutivo italiano seguace del feroce anticattolico ginevrino. Ma queste, in fondo, sono beghe infracristiane in cui non ci immischiamo. Più interessante è semmai scendere nel dettaglio di questa ideologia protestante e vedere i suoi effetti su quella nazione inguaribilmente mediterranea, così piena di peccatori, un tempo chiamata Italia. Che Monti avesse una certa propensione per il calvinismo politico-morale, in verità, lo ha già notato qualche settimana fa Paolo Guzzanti, non senza un certo compiacimento. L’occasione per parlarne era stata la comparsata del premier alla trasmissione di Fabio Fazio, durante la quale Monti si era dilungato in una sorta di elogio della ricchezza, a patto che sia “sobria”. Insomma, alla Cuccia, non alla Berlusconi.

La povertà come colpa
«Il cittadino – scriveva su Panorama il deputato di Popolo e territorio – nel mondo protestante anglosassone, è prima di tutto un orgoglioso contribuente. Mentre in Italia il tema è evitato come la peste perché viola il tabù di origine sia cattolica che socialista, secondo cui il ricco è sempre sospetto di malvagità mentre il povero è per definizione un campione di virtù. Non soltanto negli Stati Uniti o nel Regno Unito, ma anche nella Francia con profonde radici ugonotte, cioè calviniste, il sistema dei valori è diverso e si tende a chiedere ragione al povero della sua povertà, considerata un cattivo segno, in condizioni normali». Ecco, “chiedere ragione al povero della sua povertà”, questo è un punto interessante. La miseria come colpa. Ricordate Martone? Chi non si laurea in tempi brevi è «sfigato». Ma pensiamo allo stesso Monti, nella sua ultima boutade: «L’idea di un posto fisso per tutta la vita? Che monotonia!». Tutte uscite infelici che non invitano solo a farci carico della difficile congiuntura, a stringere la cinghia, ad adattarci, ma che ci vogliono persino convincere che questo sia bello, buono e giusto. Che dobbiamo esultare della precarietà, perché avere difficoltà è una colpa. Del resto è tipico dei puritani prendersela anche con l’intenzione, oltre che con l’atto.

Evangelizzare gli italiani

Il legame fra protestantesimo e capitalismo, come sanno anche gli studenti liceali, fu indagato in modo esauriente da Max Weber, nel suo Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus. Per molti analisti, questo sarebbe anche il segreto del successo degli Stati Uniti. «Protestante, – scrivevano Locchi e de Benoist ne Il male americano – l’America è fondamentalmente calvinista. A differenza di Lutero, che comprende e ammette che la forza sia il fondamento della politica e che, in una certa misura, le regole del Vangelo siano inapplicabili in questo mondo […], il calvinismo si articola interamente intorno ad una morale. Afferma che la politica non è che una applicazione della morale. I puritani si propongono come compito di moralizzare la vita sociale, di cristianizzare lo Stato». Ecco, al netto dell’ispirazione propriamente religiosa, non è forse questo il compito epocale affidato a Monti? Macché mettere i conti in ordine, qui c’è da cambiare un popolo, stravolgerne l’essenza più intima, il carattere nazionale. Grazie al Professore, domani non saremo più “i soliti italiani”, Nanni Moretti non si vergognerà più davanti ai giornalisti francesi, magari diventeremo il “Paese normale” sognato da D’Alema.

Le tasse e i botti
Insomma, il senso della politica calvinista è quello di cambiare gli italiani, farne qualcosa d’altro, trasformali in inglesi o, meglio ancora, in norvegesi. Perdendo per strada tutti i vizi atavici del nostro popolo ma, ovviamente, anche tutto ciò che lo rende speciale, unico. Una politica all’insegna del “non facciamoci riconoscere” nei confronti dei nostri cugini più ordinati, più ricchi, più precisi e un bel po’ spocchiosi. E per arrivare all’obiettivo, tutto fa brodo. Ricordate, per esempio, l’isteria anti-botti a capodanno? Ora, per carità, trasformare le città in sobborghi di Baghdad solo perché arriva il nuovo anno è un’abitudine discutibile. Quello che è interessante, tuttavia, è la retorica che soggiace a certe crociate. Scriveva, per esempio, Massimo Razzi, sempre su Repubblica: «Credo davvero che, in fondo, fatte le debite proporzioni, chi tira i botti si comporta un po’ come chi non paga le tasse. All’insegna del “a me cosa me ne frega”. Ed è un po’ questo l’atteggiamento che continua ad avere troppo spazio nel nostro Paese, è questo che Napolitano ci ha ricordato nel suo discorso. È su questo che (con tutte le critiche di merito che gli si possono rivolgere) sta anche cercando di lavorare il governo Monti. Dopo anni di “tanto a me che me ne frega”, qualcuno ci sta ricordando che un Paese civile si regge su parole come “responsabilità”, “solidarietà”, “competenza”, persino “civismo”». Ma vi rendete conto? Adesso Mario Monti ci deve insegnare anche le buone maniere. Altrimenti al’estero chissà cosa dicono. Un po’ come Severgnini, che in seguito alla tragedia della Costa Concordia, con quel che ne segue, si lamentava: «Molti stranieri ci osservano e non capiscono». Noi, invece, osserviamo i calvinisti di casa nostra e non capiamo. E quel che capiamo non ci piace.