Con la neve torna di moda “l’eskimo in redazione”

Bei tempi gli anni ’70, verrebbe quasi da dire. Bei tempi quelli dell’eskimo in redazione (per riprendere il titolo di un libro di Michele Brambilla), quando si mobilitava una macchina della disinformazione come si deve, in puro stampo leninista, per metter su panzane belle grosse, importanti, profonde. Gravi, ma con una loro dignità criminale, almeno. Vuoi mettere scrivere che le Brigate rosse erano “sedicenti”, magari fasciste, per coprire collusioni e complicità politiche con gli assassini? Che pena, invece, vedere questa foga da agit-prop esagitati, questi Zdanov in sedicesimo attaccarsi anche ai fiocchi di neve pur di buttarla in polemica e attaccare il nemico designato. Erano quasi più convincenti quando sostenevano la teoria dell’autocombustione dei fratelli Mattei, a Primavalle, piuttosto che ora che discettano di sale da cucina. O quando seguono il figlio minorenne del sindaco in piscina per vedere che non chieda i ghiaccioli al barista con troppa foga. Della serie: se devi proprio dire una bugia, almeno dilla grossa.

Killeraggio meteorologico
Il pezzo di Alberto Statera uscito qualche giorno fa su Repubblica, per esempio, sarebbe apparso, nei toni, arcaico, datato e stonato persino a corredo della nevicata del 1985. Per quella del 1956, invece, sarebbe stato un po’ in anticipo, essendo un articolo in puro stile anni ’70. Insomma, ma è mai possibile che per commentare un’imbiancata sulla Città Eterna, sia pure con tutte le complicazioni del mondo, si debbano ripescare i toni di Lotta Continua? Perché non c’è altro modo per definire il guazzabuglio disinformato e livoroso di chi usa ancora il termine “pichiatore” per parlare dei propri avversari politici e butta lì un riferimento ai «vecchi tempi delle mazze e delle molotov». Per carità, si critichi Alemanno in lungo e in largo, ma siamo sicuri che non si poteva fare meglio di così, parlando della «Roma della “destra sociale”, sotto cui si radunarono, conquistato il potere municipale, le antiche pattuglie romane di Terza posizione, Forze nuove [?], Naziskin [??], Avanguardia nazionale e ultrà fascisti e profittatori di ogni specie». E c’è da chiedersi se sia mera contestazione politica o macchina del fango bella e buona un articolo in cui compaiono frasi simili: «L’ufficio di collocamento di Roma capitale di “Fascistopoli” non dimentica nessuno degli antichi camerati, in un’orgia di inadeguatezza e incapacità, talvolta popolata di incredibili figuri muniti di doppiopetto e cravatta. Talvolta antropologicamente simili agli eredi della Banda della Magliana, che negli ultimi mesi con le sparatorie hanno messo a ferro e fuoco la capitale in un continuo romanzo criminale. Questa è la Roma “legge e ordine” che Alemanno aveva promesso».

Che c’entra Schettino?
E passando dalla diffamazione alla farsa, non poteva mancare il paragone con Schettino. Lo ha fatto, di nuovo, Repubblica nell’articolo sopra citato. Lo ha fatto ieri Antonio Padellaro sul Fatto Quotidiano. Ma non si capisce il nesso: il capitano della Costa Concordia è accusato di aver abbandonato la nave per primo, fregandosene bellamente dei passeggeri. Ad Alemanno, invece, è stato da alcuni contestato l’opposto. E certo, l’immagine del primo cittadino con badile può essere stata una trovata mediaticamente non brillantissima, ma rappresenta proprio il contrario dell’atteggiamento alla 8 di settembre (data che, peraltro, Padellaro riesce pure a citare con sommo sprezzo del ridicolo). Persino la disinformazione richiede un minimo di coerenza e chi se ne fa veicolo diffusore dovrebbero decidersi: o Alemanno è l’alter ego di Schettino o è un presenzialista confusionario che peggiora le cose. O ha sbagliato a sottovalutare l’emergenza neve o ha commesso l’errore di sopravvalutarla. O ha agito troppo o troppo poco. Sostenere entrambe le cose è paranoico e incoerente, sintomo di un giochino un po’ sporco che vuole sporcare per sporcare, infamare per infamare, non importa per quale motivo. Diffamate, diffamate, anche sostenendo argomenti contraddittori tra loro, qualcosa resterà.

Il colpevole a tutti i costi
Ora, catene o non catene, sale o non sale, non si potrebbe semplicemente concludere che la neve, di per sé, porta disagi? Perché in caso contrario bisognerebbe chiedersi chi sia responsabile dei 450 morti avutisi in tutta Europa a causa del freddo e della neve: un’invasione di Alemanni/Schettini domina il Vecchio Continente? E, ammettendo che il primo cittadino della capitale abbia sbagliato sulle catene ai bus, perché nessuno chiede conto al governo dei 25 morti avvenuti nel resto d’Italia? Il gelo sulle strade di Roma ha per nome “giannialemanno” mentre la morte del camionista bolognese deceduto lungo la superstrada del Liri, vicino ad Avezzano è senza colpevoli? A chi dobbiamo chiedere per il clandestino indiano di 43 anni rinvenuto morto in un deposito per gli attrezzi nelle campagne del mantovano? E il settantenne di Ancona che si è accasciato senza vita nel suo pollaio? E la pensionata trovata esanime nel suo orto fuori Isernia? Chi conosce i nomi dei sindaci di queste città? Quali erano i piani antineve di queste località? E, dato che l’emergenza è nazionale, cosa fanno i membri dell’esecutivo oltre a insultare i cittadini perché troppo “sfigati”, “monotoni” o “mammoni”? Non c’è niente da fare: una crisi a Roma, nel 2012, porterà sempre il sigillo di Gianni Alemanno, la stessa cosa, nella stessa città, prima del maggio 2008, sarà sempre da considerare figlia degli eventi. Le calamità naturali nell’Italia di Berlusconi avevano origine sempre ad Arcore mentre sotto Monti dipende tutto dallo spirito del tempo, dalle contingenze macroeconomiche, dalle congiunzioni astrali. Esistono disastri con un nome e un cognome e altri che resteranno anonimi e orfani per sempre.

Dalla neve allo… spread
La stessa cosa, paradossalmente, accadde ai tempi dell’ossessione “spread”. Ricordate? Fino al novembre del 2011 tutto dipendeva da Berlusconi e solo da lui. Dopo di allora tutto si è perso nelle nebbie di concetti vaghi e generici come “i mercati”, “la congiuntura” etc. Quello di certa stampa è del resto talora un inutile eccesso di zelo. Persino Monti, infatti, sia pur in tempi altamente studiati, ha finito per ammetterlo: «Lo spread – ha detto il premier – è diventato un termine di uso casalingo e quotidiano. Io credo che si sia esagerato per usarlo come arma contundente per il mio prodecessore Silvio Berlusconi e si esagera ad usarlo come indicatore di buona condotta per il qui presente suo successore». Ma non fatelo sapere ai giornalisti di casa nostra.