Caso-Sandri: uccidere è sempre un crimine, chiunque sia a sparare

Per Gabriele. Per Daniela, Cristiano, Giorgio. Per l’Italia tutta che aveva bisogno di una giustizia finalmente giusta, senza se e senza ma. Ma anche per tutti quelli che hanno subìto abusi da parte delle forze dell’ordine e non hanno mai avuto giustizia, ma solo troppo silenzio. La sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato ai danni del poliziotto Luigi Spaccarotella la condanna per omicidio volontario per l’uccisione di Gabriele Sandri, urla a gran voce che nessuno è intoccabile in Italia. Anche e soprattutto se indossa la divisa.
Non è questione di vendetta o di odio per le forze dell’ordine, al contrario. Si tratta piuttosto di ritrovata fiducia in un sistema che sa condannare ed espellere le proprie mele marce, tutelando così la rispettabilità stessa delle istituzioni. Senza proiettili sparati in aria o esplosi accidentalmente. Senza silenzi e omertà. Qualcosa fortunatamente sta cambiando, è innegabile. Merito di famiglie coraggiose e amanti della giustizia, che hanno combattuto una battaglia di verità per l’Italia tutta, come i familiari di Sandri ma anche quelli di Federico Aldrovandi o Stefano Cucchi. Merito di cittadini sempre più consapevoli, che non si lasciano più abbindolare dalle veline delle questure e che sanno trovare nella rete internet nuove e sempre più importanti fonti di informazione e condivisione. Cittadini che piano piano conoscono sempre di più l’importanza del cellulare che portano in tasca: un modo per riprendere e fotografare che può fare giustizia in tanti casi, anche recentissimi. Come si può ignorare un fatto accaduto per strada se i click su youtube sono decine di migliaia? Lo avevamo scritto, insieme alla collega Alessia Lai, nel nostro Quando lo Stato uccide (Castelvecchi, 2011): il web 2.0 e le nuove tecnologie stanno facendo cambiare il pregiudizio di impunità che le forze dell’ordine hanno sempre avuto. E ancora, merito di procuratori generali, come quello che ha seguito il processo contro Spaccarotella, che nell’aula della Cassazione non ha avuto remore a dire che se a sparare fosse stato un normale cittadino la sentenza si sarebbe avuta in quaranta secondi netti. E che la differente percezione è degna di uno Stato di polizia.
Usciti dalla prima sezione penale di piazza Cavuor il popolo di Gabriele era ovviamente soddisfatto, ma non felice. Non c’erano sorrisi perché il giovane dj romano non sarà restituito alla famiglia con l’ultima e definitiva sentenza. E forse anche perché la sensazione era quella di aver dovuto strappare con i denti un qualcosa che era a dir poco dovuto. Subito dopo il pensiero corre ai tanti che non hanno avuto né giustizia né gli onori delle cronache, ma solo un piccolo trafiletto nelle pagine locali. Morti sospette in carcere, come in strada, e nessuno che indaga. Spirito di corpo esasperato che copre le mele marce, con magistrature che archiviano in tutta fretta il caso. Nunzio Albanese, Mario Castellano, Michele Ditrani, Gregorio Fichera, Mohamed Khaira Cisse, Stefano Cabiddu, Diego Signorelli, Domenico Palumbo, Federico Aldrovandi, Rumesh Raigama Achrige, Riccardo Rasman, Susanna Venturini, Gabriele Sandri, Pasquale Guadagno, Giovanni Grasso, Giuseppe Uva, Marco Di Prisco, Stefano Cucchi, Aldo Bianzino, Manuel Eliantonio, Marcello Lonzi. Nomi, visi, storie. Un lungo elenco, dal 2001 a oggi, che vuole essere un pensiero alle singole famiglie che hanno perso un figlio, un fratello e che nella stragrande maggioranza dei casi non hanno avuto giustizia. Scrivendo il libro abbiamo cercato di delineare ogni singola storia, ma quello che non dovrebbe mai più succedere è l’abbandono delle famiglie al loro dramma. Un esempio su tutti, l’uccisione di Gregorio Fichera. Il padre, raggiunto al telefono, si è commosso perché mai nessuno, dal 2003, gli aveva chiesto qualcosa del figlio. Nessun ricorso in Appello per una sentenza che assolve l’agente in questione «perché il fatto non costituisce reato»: «Non voglio farmi prendere ancora una volta in giro dalla giustizia e dagli avvocati», ci ha detto il signor Fichera. Per non parlare degli insabbiamenti e dei depistaggi nel caso Aldrovandi. È davanti a questa situazione desolante che la sentenza contro Spaccarotella potrebbe scrivere una nuova importante pagina: parafrasando il famoso monologo di Ascanio Celestini, la divisa qualche volta (fortunatamente) si processa.