Benvenuti: «Portarono via mio fratello solo perché era italiano…»

«Il dramma delle foibe e l’esodo vanno ricordati, ma non con astio e rancore. Non dobbiamo ricordare quei drammatici giorni fomentando l’odio: le guerre sono sempre terribili, ma l’odio che possono generare è ancora più grave. Ricordare va bene, ma solo per evitare che in futuro non vengano più commessi gli stessi errori». Nel “Giorno del Ricordo”, Nino Benvenuti, medaglia d’oro di pugilato alle Olimpiadi di Roma del 1960 ed esule di Isola d’Istria in Slovenia, racconta quei tormentati giorni dell’esodo: «Prima fu arrestato mio fratello, poi la mia famiglia fu cacciata da un giorno all’altro da casa. Sono stato fortunato perché mio padre lavorava a Trieste, affittò una stanza e ricominciò per tutti noi una nuova vita. Non fu però semplice…». Benvenuti parla pacatamente, avrebbe dovuto farlo oggi al convegno organizzato al Senato per commemorare le vittime delle foibe, ma l’appuntamento a causa del maltempo è stato rinviato a venerdì 24 febbraio. In alcuni momenti mentre ricorda quegli anni la sua voce s’incrina: «È passato tanto tempo da allora, ma la ferita non si è mai rimarginata».

Qual è il ricordo più forte che le è rimasto in mente?

Avevo otto anni ma mi è rimasta dentro l’angoscia per l’arresto di mio fratello. Eliano aveva sedici anni, era claudicante perché era stato colpito dalla poliomelite ed era il più buono e il più bravo dei fratelli. Il pomeriggio dell’8 settembre del 1946 bussarono alla porta di casa le guardie dell’Osna (la polizia politica titina, ndr). Erano vestiti con abiti color carta da zucchero e mettevano paura soltanto a vederli passar per strada. Vennero nella nostra casa, una piccola villa vicina al mare e chiesero di Eliano. Lui non c’era, era andato a prendere il vino. Un nostro zio che viveva con noi, sentendo l’interesse che le guardie avevano per Eliano, uscì dalla porta posteriore e corse verso mio fratello chiedendogli preoccupato se avesse  fatto qualcosa: «Dimmelo, perché così scappiamo con la barca e andiamo a Trieste». Ma mio fratello rispose che non aveva fatto nulla e non doveva quindi fuggire. Rientrò a casa tranquillamente, ma lo arrestarono assieme ad altri ragazzi. Da quel momento la vita della mia famiglia cambiò, la paura era fortissima perché altri erano stati portati via prima di lui e di loro non si era più saputo nulla. Poi, molto tempo dopo si seppe che erano finiti nelle foibe perché considerati fascisti e sovversivi.

Quanto tempo durò la prigionia?

Eliano fu liberato dopo sette mesi di duro carcere. Ma la disgrazia cambiò la nostra vita, per mia madre che già soffriva di cuore, a causa di una stenosi dell’aorta, fu un colpo di grazia. Morì qualche tempo dopo a soli 46 anni.

Che cosa successe a suo fratello in quei sette mesi?

Fu portato nel carcere di Capodistria e dopo un mese ci diedero la possibilità di vederlo, poi fu trasferito in un altro luogo. Non fu fatto un processo vero, ma un processo sommario al termine del quale fu liberato assieme ad altri amici. Ci vollero sette mesi di cella per far capire ai loro carcerieri che erano bravi ragazzi.

Al suo rientro a casa che cosa raccontò?

Quello che era successo in quel periodo lo raccontò soltanto alla mamma. Nessuno ha mai saputo quel che dovette sopportare in quei mesi di carcere. Per la paura che gli misero addosso non ha mai più parlato di quella terribile storia.

Lo andò mai a trovare in carcere?

Sì, quando era al carcere di Capodistria. Molte volte con la bicicletta gli portavo la minestra calda. Avevo una borsa fatta di rete messa sul manubrio della bicicletta e pedalando per sei chilometri arrivavo al carcere. Ricordo che mi scottavo sempre le gambe perché avevo i calzoni corti e il brodo usciva sempre dalla pentola. Eliano ci disse poi che la minestra arrivava tiepida.

Ricorda altre persone che ebbero questa esperienza?

Molti altri furono presi e molti non fecero più ritorno. Ricordo i loro soprannomi: Mario Gobbo, Mimmo Arrigoni, Dino Ragno, Attilio Furia, Gino Dandri, Gino Tuboli. Furono tutti arrestati perché erano considerati dalla parte opposta. I titini pensavano che fossero fascisti, ma noi eravamo “solo” italiani. Per i titini però essere italiani significava essere fascisti. Sono ricordi molto tristi che hanno segnato in maniera indelebile anche la storia del nostro piccolo paese. 

Costretti a partire, quale fu l’accoglienza a Trieste?

Non partii subito con i miei genitori e i miei fratelli, ma rimasi per lungo tempo a Isola in casa con i nonni. La situazione degli esuli a Trieste fu pesante e sgradevole. Non fummo accolti subito in maniera affettuosa. Ci volle un po’ di tempo perché venisse capito il nostro dramma. Però dalla nostra parte si è sempre schierata la destra: ci ha dato un sostegno che va ricordato.

Lei è più tornato a Isola d’Istria?

Certamente, sono tornato a trovare i miei cari che sono sepolti tutti lì. Ci vado spesso per una preghiera e un saluto. 

È riuscito a perdonare?

Quello delle foibe è un momento storico che non potrò mai più dimenticare perché è rimasto profondamente nella mia anima. Oggi sono una persona che tende al perdono, ma mi riesce difficile pensare che a causa di questa gente mia madre sia morta a 46 anni. Sono cattolico credente, ci provo fortemente a non provare risentimento: fra queste persone c’erano non soltanto slavi venuti da fuori ma anche persone del paese che segnalavano alle guardie quelli che, a loro avviso, erano fascisti. Sono così addolorato che ancora oggi mi prende il groppo in gola.

Qual è il messaggio che lancia ai giovani?

Dite una preghiera per gli infoibati. Io sono disposto a perdonare, ma perché questo non accada mai più.