A Palazzo Chigi con i sindacati la Fornero se la ride…

Più martellante del siparietto pubblicitario della Coca Cola, più fantasioso di quello della Volkswagen, più attraente del Campari. Non essendoci Mario Monti, assente (forse) giustificato all’incontro governo-sindacati, ci ha pensato Elsa Fornero a offrire lo spot su un piatto d’argento ai giornalisti. «Chiamatelo “resti e cresci in Italia”…» e sarà – a mo’ della celebre birra Peroni – la tua riforma del lavoro. In verità i leader sindacali avevano ben poco da ridere, di spot dei Monti-boys ne avevano già piene le tasche perché non erano mai stati indolori, dal “salva Italia” al “libera Italia” passando per il “cresci Italia”. La Fornero ha preso un po’ da uno e un po’ dall’altro, coniando il nuovo slogan. Il tutto, con un sorriso a trentadue denti, che faceva a cazzotti con il singhiozzo che aveva contraddistinto il suo debutto come “ministra” nel momento in cui annunciò ai pensionati la stangata. Sempre di sacrifici enormi si tratta, essendo il lavoro una materia molto delicata, e probabilmente ha deciso che la lacrimuccia le spunterà sul viso quando il testo sarà definitivo e di sorridere nessuno avrà gran voglia. Per adesso, siamo alle prime battute – con la promessa che tutto si risolverà nel giro di due settimane – e alle prime scaramucce, con un presupposto che ha lasciato di stucco i sindacati: «Va bene il dialogo» ma in caso di buco nell’acqua «il governo prenderà da solo il treno delle riforme». Come dire, non tirate troppo la corda, tanto noi agiremo lo stesso.
Bastone e carota, quindi. Tanto poi «saremo giudicati dagli italiani», ha specificato la Fornero, riferendosi «agli italiani che hanno subìto esclusioni e non hanno avuto prospettive appiattendosi su precarietà e basse aspirazioni. Vogliamo distinguere tra flessibilità buona e cattiva, in entrata e in uscita. E realizzare un’uniforme distribuzione delle tutele sia nei segmenti del lavoro sia nel ciclo di vita della persona». Questi due degli obiettivi del governo. La “ministra” ha parlato anche di formazione e apprendistato e del potenziamento delle politiche attive e dei servizi al lavoro. L’obiettivo complessivo, ha aggiunto, non è aiutare i lavoratori a discapito delle imprese o viceversa. Il disegno è di «grande respiro».
«Siamo in recessione», ha a sua volta detto il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera. «E nel pensare al futuro non possiamo dimenticarci la realtà e che cosa essa significa per imprese e lavoratori. Questo non vuole dire che non dobbiamo salire sul treno della riforma». Il braccio di ferro è rimandato, il prossimo appuntamento sarà tra pochi giorni – come ha ribadito la Fornero – «occorre chiudere in due settimane». Molto in sintonia con le linee del governo è naturalmente Emma Marcegaglia: «Condividiamo completamente l’obiettivo di una maggiore occupazione e di un aumento dei salari»., ha commentato il leader di Confindustria, al termine dell’incontro a Palazzo Chigi. Il problema è il metodo: «Obiettivo da raggiungere con un aumento di produttività. Siamo totalmente d’accordo con quello che ha detto mercoledì il premier Monti, l’articolo 18 non deve essere più un tabù, crea una dicotomia drammatica, pesantissima all’interno del mercato del lavoro. Quindi questo tema è posto, è sul tavolo, noi lo sosteniamo. Vorremmo che si arrivasse a questa formulazione: reintegro per tutti i casi di licenziamento discriminatorio, negli altri casi ci deve essere una indennità di licenziamento». E ancora, tanto per gettare benzina sul fuoco: «La riforma sul mercato del lavoro va fatta non è un accordo sindacale, non è un accordo su un contratto che deve vedere le parti sociali assolutamente coinvolte».
In chiaroscuro le prese di posizione dei sindacati. «Nel 2012 avremo 250mila posti di lavoro in pericolo. Questa emergenza va affrontata con razionalità e urgenza», è l’allarme lanciato dal segretario generale della Uil, Luigi Angeletti. «Si lavora per un accordo o solo per individuare soluzioni che poi l’esecutivo si riserva di valutare?». Questo è infatti il nodo che non è stato sciolto ieri e che aveva avuto già un antipasto quando, al primo incontro, il governo pretendeva di dare il compitino ai sindacati per poi intervenire con le matite rossa e blu. «Abbiamo ricordato al governo  – ha raccontato ancora Angeletti – e su questo c’è stato un autentico coro, che la creazione di posti di lavoro non si ottiene purtroppo attraverso una modifica banale o intelligente delle norme sul mercato del lavoro. Non è questo il problema. Bisogna evitare strumentalizzazioni» e di «prendere in giro sessanta milioni di italiani, raccontando che il paradiso arriverà tra qualche settimana con la riforma.
La creazione di posti di lavoro – ha aggiunto – si basa sulle scelte di politica economica del governo e sulle politiche industriali delle imprese.Noi ci accingiamo a una discussione seria, costruttiva e razionale. Vogliamo discutere di cose concrete». «Noi tratteremo fino alla fine – ha a sua volta affermato il leader della Cisl, Raffaele Bonanni – non daremo l’esca a nessun estremista che aizzi allo scontro ma il governo faccia lo stesso».
«Gli obiettivi sono condivisibili – ha sottolineato Giovanni Centrella, leader dell’Ugl – persino la fretta, ma senza un progetto di vera crescita il rischio è di conquistare l’apprezzamento dell’Unione europea continuando ad essere un Paese pieno di disoccupati». E l’art. 18? «Per licenziare ci vuole un giustificato motivo e l’onere della prova deve essere a carico dell’impresa. Altrimenti è un sopruso o una discriminazione – ha avvertito Angeletti. La modifica «salverebbe solo i licenziamenti discriminatori». Ma gli atteggiamenti discriminatori «sono numericamente di meno rispetto alla prepotenza, al sopruso, al potere che l’impresa ha spesso verso i lavoratori subordinati. Per questo per licenziare ci deve essere un motivo ragionevole». Molto polemica Susanna Camusso: «Sulla crescita – ha detto la leader della Cgil – ci sono solo annunci e non risposte». E sulla battutaccia di Monti sul posto fisso che “annoia”: «Vedo persone che non possono annoiarsi perché stanno disperatamente cercando un lavoro. Più che fare delle battute bisognerebbe indicare loro quale strada il Paese intende intraprendere». Per adesso, però, la Fornero non l’ha indicata. Come traccia non c’è una battuta ma lo spot, l’ennesimo, coniato dagli esperti pubblicitari di Palazzo Chigi.