Verdone in versione anti-Cav? Non è un sacco bello

Un sacco bello, Carlo Verdone. Erede naturale di Alberto Sordi, interprete del qualunquismo (con il suo personaggio Anselmo) o del romanaccio (come Ivano, altra sua famosa creatura), non è certo paragonabile a Celentano e neppure alla Mannoia, le nuove “icone” di una certa intellighenzia salottiera e finto-rivoluzionaria. Perché non è un militante a orologeria e non pretende di essere una specie di santone o di filosofo che usa la tv e il blog per indottrinare i fan. Mantiene sempre una certa eleganza nell’esporre quel che pensa. Ma anche per lui lo scivolone è dietro l’angolo: è stato risucchiato dalle regole ferree del politicamente corretto. E il politicamente corretto, oggi, significa “non disturbare il manovratore”. Da un attore comico che ti aspetti? Che faccia battute sui tecnici al governo, sulle loro gaffe, sulle stangate, sullo spread, sui banchieri. Ma no, non c’è più il Cav, non è il caso… «Secondo me, stamo a ride troppo – ha detto Verdone, nel suo tipico accento dialettale – c’è troppa satira, ha pure rotto le scatole. La satira è come gli antibiotici che sono entrati troppo nell’organismo, e hanno finito per rinforzare i batteri. E alla fine l’Italia è diventata una sorta di Bagaglino». Okay, basta con le battute, basta con la satira, facciamo i seri adesso che c’è Monti. Con una piccola eccezione: «E poi, mi scusi – ha aggiunto Verdone – pure questa storia che i ristoranti sono pieni. Sì, sò pieni, ma che magnamo? Magnamo ’na pizza e un carzone. Le pizzerie sò piene, i negozi di pizza al taglio sò pieni». Guarda un po’, questa storia dei ristoranti pieni ricorda qualcuno, su cui evidentemente è giusto (e lecito) sorridere ancora. Ma sì, è il Cavaliere, il bersaglio della “satira che si può fare”, che è diversa dalla “satira che non si può fare”. È il ragionamento un po’ contorto dell’attore romano. Che però fotografa la nuova Italia che avanza. Quella bianca, rossa e Verdone.