Tonfo a Piazza Affari di Unicredit: e ora l’amico Monti trema

Potrebbe sembrare mancanza di tempismo quello della rivista New Scientist che, in un recente studio sui gruppi societari più influenti al mondo, assieme a Goldman Sachs, Barclays Bank e JPMorgan ha piazzato tra i primi 50 gruppi di controllo anche Unicredit, fresca reduce da un -14,45% a Piazza Affari e che ieri è sprofondata a – 17%. La Consob ha già avviato accertamenti sull’andamento del titolo per verificare se ci siano state violazioni. Scricchiolii pericolosi per uno dei cardini della finanza europea, se non, appunto, globale. Il gruppo di piazza Cordusio, infatti, lavora in 50 paesi, ha 35 milioni di clienti, 160 mila dipendenti per un totale di attività pari a circa 900 miliardi di euro. La caduta del titolo, tuttavia, non deve trarre in inganno. Il tonfo del gruppo bancario, spiegano gli addetti ai lavori, è del tutto fisiologico. L’aumento di capitale da 7,5 miliardi di euro e l’offerta di azioni a sconto del 43%, infatti, ha stimolato molti investitori a vendere azioni oggi per ricomprarle a condizioni migliori fra qualche settimana. Artefice dell’operazione – che si posiziona al terzo posto nella classifica degli aumenti  di capitale degli ultimi 15 anni a piazza Affari – è l’ad Federico Ghizzoni, detto “il turco”  per la sua esperienza alla Koç Financial Services di Istanbul alla corte della famiglia Koç, la più potente di Turchia. Se aggiungiamo le esperienze a Londra, Singapore e Varsavia più qualche entratura in club esclusivi (pare sia stato visto a Vienna, mesi fa, a una riunione del Bilderberg), abbiamo l’uomo giusto per l’era Monti. Fra il governo e il gruppo bancario, del resto, non c’è solo identità di vedute, ma anche interscambio di uomini: pensiamo solo al ministro per il Turismo, per lo Sport e per gli Affari Regionali Piero Gnudi, già membro del Cda di Unicredit (ora ha cessato di esserlo proprio per assumere l’incarico politico) e vicino agli ambienti che contano dell’Aspen Institute. Ma torniamo a Ghizzoni. L’ad sembra l’interlocutore perfetto per questo governo che guarda alla City e si vanta della sua sobrietà “così poco italiana”. Anche Ghizzoni si crogiola del suo profilo mai sopra le righe, cosa che lo differenzia dal suo predecessore Profumo, e così estraneo da logiche nazionaliste. «Sono italiano al cento per cento – dichiarava a luglio in un’intervista – ma effettivamente avendo vissuto e lavorato all’estero per vent’anni non mi emoziono su questa faccenda della banca di sistema. Una riprova? Abbiamo venduto la Roma calcio a un americano. Un’altra? Non so se avrei messo dei soldi in Parmalat. Certo, passando ai francesi, quell’azienda lavorerà di meno con le banche italiane, noi compresi. Pazienza: la sostituiremo con un altro cliente analogo in uno degli altri cinquanta mercati dove siamo forti». Ultimamente, tuttavia, questo tipo di atteggiamenti cosmopoliti sono stati temperati da una più accorta strategia mediatica: «Per il porto di Trieste ci saranno investimenti, per quello di Rio de Janeiro no», ha sintetizzato a novembre. Sincero orgoglio nazionale o strategia ben calcolata? In un’intervista uscita ieri sul Sole 24 ore, Ghizzoni ha mescolato rampantismo vecchio stile e buone intenzioni: «A inizio febbraio, con la conclusione della ricapitalizzazione, saremo leader in Europa per capitale e liquidità. E questo ci consentirà di aumentare in modo sensibile il credito alle famiglie e alle imprese», ha dichiarato. Per poi “battere cassa” dall’amico Monti. Bisogna «accelerare le riforme», dice. Ovvero il «contenimento della spesa» o «le liberalizzazioni e la riforma del lavoro», senza dimenticare le privatizzazioni, iniziando da «Poste e Ferrovie». Insomma, grandi manovre a Piazza Cordusio. E grandi richieste a Palazzo Chigi. Dove, c’è da immaginarlo, le richieste di Ghizzoni troveranno sicuramente orecchie attente e disponibili. Lo stesso, purtroppo per Unicredit, non avviene più in Ungheria, dove il governo regolarmente eletto dal popolo – ma pensa che selvaggi… – si è messo in testa di mettere in riga la banca centrale. Che c’entra il gruppo italiano? Semplice: le controllate di Intesa Sanpaolo e Unicredit in Ungheria sono rispettivamente la quinta e la settima banca del Paese. Nel dettaglio Cà de Sass controlla Cib Bank, che conta su una quota di mercato del 7,9% e 145 filiali. Piazza Cordusio ha, invece, 134 filiali ed ha una quota di mercato del 5,4%. Ma Budapest, purtroppo per loro, non è Roma.