Sul Concordia un grottesco reality show

Impazzano sul web e appagano il gusto voyeuristico e morboso che alberga nell’italiano medio. Più cliccati delle performance di Belen con l’amico argentino, più commentati delle manovre di Mario Monti, sono le scene della Costa Concordia messe in rete da alcuni dei passeggeri che erano a bordo della nave durante la drammatiche fase dello sbarco. Come in un B movie di fantascienza, la furia documentaristica del naufrago assomiglia a quella del protagonista di Cloverfield che (in soggettiva) non molla mai la telecamera e riprende tutto, ma proprio tutto, anche mentre i mostri spaziali invadono New York e divorano uno per uno i suoi amici, lui continua a riprendere e a documentare fino all’ultimo. Fino all’ultima ripresa, cioè quando le creature aliene fanno colazione con lui.
Se non fosse perché si parla di una tragedia di tali proporzioni ci sarebbe da chiedere a chi ha fatto quelle riprese se non prova un po’ di vergogna, se poi si sente tanto meglio del comandante Schettino che ha abbandonato la nave e che ha catalizzato su di sè la rabbia e l’indignazione di tutti.
Andrebbe ripreso ciò che ha scritto a caldo Katia Keyvanian, crew member del Costa Concordia, che su Facebook ha stigmatizzato il comportamento dei passeggeri: «Abbiamo tirato su in lancia un sacco di ospiti che erano finiti in mare, e mentre spogliavamo una ragazza bagnata per coprirla con la coperta termica, un ospite ci faceva un filmino con il telefonino!». Ci sarà finito anche quello su youtube? Oppure quel James Cameron de noantri ha pensato di girare il suo personalissimo Titanic? I passeggeri citati dalla Keyvanian forse si sono ritrovati un comandante della loro pasta se davvero anziché cercare di mantenere un minimo di umanità hanno preferito fare i fotoreporter. «Abbiamo lanciato un salvagente in mare, e mentre tiravamo su un altro signore, io con la corda legata al polso per fare forza, e tirare su, c’era un signore che faceva la foto!». Complimenti a questi eroi dello smartphone che lasciano temere come la deriva da Grande fratello, da eterno reality abbia obnubilato tutti. Filmati, mms, foto, raccolti come souvenir di una vacanza dell’orrore, come l’italiano che faceva il pic nic ad Avetrana, lo stesso che faceva la foto davanti alla villa di Cogne per mostrarla a cena agli amici. Un comportamento che evoca, per certi versi, quello di quei “pellegrini” che si fermavano all’interno della Basilica di San Pietro davanti al corpo di Giovanni Paolo II non per farsi un segno della croce ma per scattare una foto: nell’aprile del 2005 quella irritante visione dei flash davanti alla salma di Wojtyla venne giustificata dagli editorialisti più benevoli come un sostituzione della reliquia medievale con quella fotografica. Insomma, dalla «penna dell’angiolo» di boccaccesca memoria all’ mms dell’era di internet. Stavolta, invece, il Robert Capa da crociera, il paparazzo dilettante che al vicino che sta affogando offre un’inquadratura anziché una ciambella di salvataggio, non merita giustificazioni. Merita al massimo un comandante come Schettino.

La furia da reality show
«Ormai è tutto un reality show»; «noi siamo pagati per fare una vita orribile, lontano dalle famiglie per quattro, cinque, mesi; abbiamo pesanti responsabilità, e oggi dobbiamo sentire tutto ciò che viene dichiarato in tv? Non si può sopportare tutto questo. Io sto soffrendo per quanto accaduto e sta avvenendo attorno a me». A una settimana di distanza dalla tragedia al largo dell’Isola del Giglio, alcuni componenti l’equipaggio di Costa Concordia si indignano per quanto viene riportato dai media: è il caso di Claudio Losito, III ufficiale di macchina della nave Concordia. «Su di noi dell’equipaggio si generalizza. Fino a oggi pomeriggio si è detto che non c’eravamo a bordo. E, invece, solo noi – aggiunge Losito – sappiamo quello che abbiamo vissuto e quello che abbiamo fatto per salvare la gente. Nessuno ha apprezzato il fatto che sono state salvate quattromila persone. Tutto è diventato un reality show. Un gioco per la televisione. Dalla disgrazia – secondo Losito – bisogna trarre anche gli aspetti positivi: le persone che si sono salvate sono tornate a casa grazie ad altre che hanno fatto il proprio dovere, a cominciare dall’equipaggio finendo, poi, a chi è giunto in nostro soccorso». Per il macchinista non è risaputo, ad esempio, «che un macchinista, a bordo, esce con la tuta bianca se c’è un’emergenza da risolvere. Io quel giorno – racconta – ero in tuta. Non avevo i gradi addosso. Ero un ufficiale che in quel momento faceva il suo dovere e in tv c’è chi continua a dire che non si vedevano ufficiali a bordo durante l’emergenza». «Anche noi – racconta Losito – abbiamo avuto paura. Io sono provato. Avevo la bocca asciutta per la paura, ma ho tratto in salvo circa 150 persone. Io mi sono assunto la responsabilità di imbarcare sulla lancia bambini e donne. Tantissimi bambini sono passati tra le mie braccia, anche due alla volta, che poi consegnavo alle madri. Io mi sono fatto male alla schiena durante l’imbarco. Si sono buttati a valanga sulla lancia. Anche io avevo paura. Ma ho fatto il mio dovere guidando la lancia nel porto. E non posso sentirmi dire che non c’eravamo». Urge nuovo video che documenti anche la smentita: preferibilmente da trovare su youtube.