Semplificazioni: Monti si loda, ma è stato il Cav a fare gol

Sessantasette articoli, per complessive quaranta pagine più tabelle, e anche la “liberazione” è cosa fatta. Ai tecnici al governo, stando all’enfasi con cui vengono seguiti dalla grande stampa, sono bastati poco più di due mesi per realizzare cose che gli altri non erano riusciti a fare nemmeno in decenni: prima il “salva Italia”, poi il “cresci Italia” e infine il “libera Italia” che – fa osservare Mario Monti – è parte integrante del secondo provvedimento. Se è stata vera gloria saranno i posteri a dirlo ma qualche conclusione si può provare a trarla fin d’ora. Esaminando la lenzuolata di semplificazioni, varata ieri dal Consiglio dei ministri, si può dire che danni al Paese non ne fanno. I tecnici, però, hanno scoperto l’acqua calda. Se non hanno fatto danno non vuol dire che hanno rivoluzionato il sistema. La torta, infatti, l’aveva già preparata e confezionata Berlusconi: ieri ci hanno messo soltanto la ciliegina sopra.

Semplificazione cercasi
Il governo Berlusconi aveva addirittura un ministro (il leghista Roberto Calderoli, immortalato mentre faceva dei falò con decine di migliaia di leggi mandate al rogo), ha affrontato il problema, ha varato provvedimenti concreti e ha snellito la burocrazia (29mila leggi in meno in un solo colpo) partendo da una situazione veramente incredibile di “inflazione normativa”. Ma tutti hanno fatto finta di non accorgersene. E così avevano fatto anche quando, alla fine del 2005, fu varata la cosiddetta “legge Baccini”, meglio conosciuta come provvedimento “taglia leggi” (ce n’erano circa 200mila). Si pensi che quando Renato Brunetta si è insediato al ministero della Pubblica amministrazione si davano i numeri persino sulle auto blu che nessuno sapeva veramente quante fossero. Poi fu fatto il censimento e oggi, anche in quella direzione, si è iniziato a fare chiarezza. L’idea di semplificare non nasce quindi con il governo Monti. In questo Paese le sole piccole e medie imprese pagano alla burocrazia una tassa occulta di 23,1 miliardi di euro l’anno. Il che – fa sapere la Cgia di Mestre – equivale a dire che ogni azienda italiana con meno di 250 dipendenti sconta oneri pari a 5.269 euro ogni dodici mesi. Cosa incide? La tenuta dei libri paga; le comunicazioni legate ad assunzioni e cessazioni di lavoro; le denunce mensili dei dati contributivi e retributivi; l’ammontare delle retribuzioni e delle autoliquidazioni; le incombenze ambientali; le dichiarazioni dei sostituti d’imposta e le comunicazioni periodiche Iva; la normativa sulla privacy; la sicurezza sul lavoro la prevenzione incendi, appalti, tutela dei beni culturali.

Rivoluzione a metà
Di fronte a questa vera e propria giungla di adempimenti e alle molte incombenze burocratiche che ogni giorno costringono il cittadino a fare i salti mortali per non essere soffocato da una burocrazia arcaica e vessatoria, si può dire che la montagna ha partorito il topolino. Più coraggio sul fronte delle imprese, meno su quello dei cittadini. Nel primo caso è stata prevista una semplificazione consistente delle procedure di avvio dell’impresa, con controlli ex post, dopo che la nuova realtà imprenditoriale ha cominciato a operare, e l’autorizzazione unica per quanto riguarda le questioni ambientali. Per il resto, dopo un Consiglio dei ministri durato quasi sei ore, sono arrivate tante piccole cose ma nessuna particolarmente risolutiva. Nessun dubbio per Mario Monti: dei provvedimenti che arrivano per decreto beneficeranno «i cittadini e l’economia». Come? Attraverso il miglioramento «della qualità della vita di quanti hanno rapporti con la Pubblica amministrazione», oltre che «della competitività dell’economia attraverso la produzione». Fin qui le parole. I fatti sono invece che, per il più atteso dei provvedimenti, quello sul valore legale del titolo di studio, si è deciso di soprassedere. «Non è stato affrontato – ha detto Monti in conferenza stampa – avendo osservato che il tema era delicato abbiamo deciso di aprire una consultazione pubblica». Vedremo in seguito cosa emergerà. Certo, quando Monti con riferimento parla di «riforme strutturali per la crescita» ci sembra un po’ pretenzioso. Le cifre sono quelle che sono, ma in momenti di difficoltà si può dite che tutto fa brodo. Patroni Griffi, ministro della Pubblica amministrazione, richiama l’attenzione sulla creazione della banca dati delle gare per gli appalti e rende noto che consentirà 1,3 miliardi di risparmi. Un fatto positivo sono poi i cambi di residenza fin dall’atto della dichiarazione. E così l’accelerata sull’agenda digitale, con la creazione della «cabina di regia», l’eliminazione dei documenti cartacei, l’edilizia scolastica con particolare riferimento alla manutenzione degli istituti, l’Università e la Ricerca. Meno, forse, il fatto di far scadere tutti i documenti il giorno del compleanno.

Passo in avanti
I provvedimenti varati ieri da Monti sembrano andare nella direzione giusta. «Un ulteriore passo avanti per la modernizzazione del Paese», rileva l’ex ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che sottolinea però come la strada l’abbia tracciata il precedente esecutivo guidato da Berlusconi. Il decreto legislativo 150 del 2009 e la legge 69 dello stesso anno ne sono la conferma. Vanno nella stessa direzione anche le modifiche in materia di Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) e di riduzione degli oneri amministrativi a carico di cittadini e imprese, con lo strumento dell’analisi di impatto della regolamentazione (Air). E le norme in materia di comunicazione dei dati per via telematica tra le amministrazioni ? Sono corollari ai principi generali introdotti con la riforma del Codice dell’amministrazione digitale (decreto legislativo 235 del 2010). E così pure il cambio di residenza in tempo reale. Adesso, però, si tratta di vedere quanta parte di quello che è stato annunciato troverà concretezza attraverso l’adozione di quella che Brunetta definisce «la normativa secondaria di riferimento». Anche sul fronte delle imprese le novità sono meno rivoluzionarie di quanto non appare a prima vista. Le semplificazioni in questo campo, sottolinea l’ex ministro della Pa, «si muovono pienamente nell’alveo della riforma costituzionale dell’articolo 41 approvata dal governo Berlusconi». I professori,almeno in questa materia, sembrano avere poco da insegnare.