Schiaffo a Monti dai sindacati

L’illusione di Monti è durata lo spazio di un mattino. Sperava di cavarsela con una telefonata ai quattro leader sindacali – i segretari generali di Ugl, Cgil, Cisl e Uil – e invece s’è trovato di fronte a una realtà diversa: se vorrà garantirsi la pace sociale, dovrà predisporsi a una trattativa seria, non limitandosi ad annunciare quello che intende fare senza tenere conto delle considerazioni di Centrella, Camusso, Bonanni e Angeletti. Una differenza di non poco conto, soprattutto perché le organizzazioni sindacali pensavano a una sorta di nuova stagione della concertazione, mentre il governo a una semplice formalizzazione delle comunicazioni sugli argomenti di loro competenza. Articolo 18 o meno, siamo agli antipodi del modo di intendere la politica sociale di questo Paese. E non poteva essere altrimenti, visto che il governo, per restare al solo mercato del lavoro, punta a maggiore flessibilità, mentre i sindacati non nascondono la necessità che al tavolo il piatto forte sua costituito dalle buste paga. E il mercato del lavoro? Se ne può parlare, ma sul fronte dei licenziamenti non ci sono disponibilità a trattare.

Nuovo Welfare cercasi
Giorgio Napolitano, che dopo aver fortemente voluto il governo Monti adesso si va caratterizzando come una sorta di garante, cerca di prendere il toro per le corna e spinge sul nodo Welfare che sa essere argomento molto caro alle organizzazioni sindacali. «Vanno rivisti gli ammortizzatori sociali», manda a dire da Napoli nel corso di un incontro con i giornalisti. Solo questo? No. Secondo il presidente della Repubblica vanno affrontate anche le tematiche insite «nell’accordo del 28 giugno» sottoscritto da Confindustria e sindacati per neutralizzare gli effetti dell’articolo 8 della manovra estiva del governo Berlusconi con cui veniva prevista la possibilità di deroghe nei contratti aziendali rispetto a quello nazionale, tra cui la possibilità di licenziare per motivi economici. Un argomento, quest’ultimo, che è parte integrante delle richieste dell’Europa al nostro Paese e su cui sarà molto difficile che il governo possa fare orecchio da mercante. Forse, sembra pensare Napolitano, se si mettono sul tavolo tante cose, invece  di affrontare una sola, è possibile che alla fine un qualche obiettivo si possa raggiungere. A Monti il compito di cogliere il suggerimento sapendo che sull’altro fronte non troverà degli sprovveduti.

Sindacati a muso duro

Del resto appare evidente che le organizzazioni sindacali non sono più disponibili a farsi menare per il naso. Il governo, infatti, nel tentativo di dividere il fronte delle forze sociali, ha fatto sapere di essere orientato a incontri bilaterali tra il ministro del Welfare, Elsa Fornero, e i singoli interlocutori, ma ieri la Cgil, a mezzo Twitter, ha fatto sapere di non essere disponibile «perché – si legge –  gli incontri separati in stile Sacconi rendono tutto più complicato e più lungo». Sacconi a parte (l’ex ministro del lavoro aveva il problema di disinnescare la Cgil che era sempre e comunque contraria, per principio preso), ci sembra che si tratti di semplice buon senso: se al tavolo, assieme ai sindacati c’è anche la Confindustria certe situazioni si risolvono in un unico incontro, in caso contrario ne saranno necessari almeno tre. E sì, perché quando l’argomento è tanto importante e vasto si può pensare a reciproche concessioni che possono avvenire meglio e senza giochetti se si è seduti uno di fronte all’altro. La duttilità prima di tutto. Dote che si rivelerà necessaria per rinnovare l’intero sistema del Welfare italiano che era fortemente sperequato sul versante delle pensioni, mentre adesso, dopo la riforma Fornero, non lo è più e si aprono nuovi spazi per affrontare anche altre questioni. Nessuno scandalo: oggi la situazione è sicuramente migliore ma anche considerando i dati precedenti alla riforma Fornero, il nostro Paese non stava peggio di altri. Da noi la spesa pubblica per il Welfare era al 26 per cento ed entro il 2035 sarebbe salita al 28, mentre in Francia è al 28,4 e, nello stesso periodo di tempo, raggiungerà il il 31,1. La Germania sta oggi al 24,4, ma si appresta a intraprendere una marcia che, nel 2035, la porterà al 28,4 per cento. Troppa legna al fuoco? È probabile. Ma la Camusso vorrebbe addirittura un progetto generale su «assetto idrogeologico, energia, trasporti, ambiente, cultura e turismo». Oltre a un piano per il lavoro che «tamponi la crisi, crei nuovi posti per giovani e donne, dia prospettive e speranze al Paese». Cose difficili da realizzare.

L’agenda di Monti
La situazione resta dunque tesissima perché Monti, che in più occasioni ha detto di sì al dialogo ma ha negato di voler aprire fasi concertative, entro il 23 gennaio vuole essere pronto per la riunione dei ministero dell’Economia e delle Finanze di Eurolandia. Quindi, altro che grande intesa. Qui si tratterà di prendere o lasciare e presto se ne avranno le conferme. Si parte il 9 gennaio, quando inizieranno le consultazioni tra i ministri Fornero e Passera e i singoli leader sindacali, poi il governo dovrebbe trarre le conclusioni e presentare la sua ipotesi di riforma in materia di mercato del lavoro. Ma se non ci sarà anche qualcos’altro i sindacati potrebbero fare muro. Angeletti, che pure prende le distanze dalla posizione della Cgil sulla necessità di una convocazione unica, dice che quelli individuati da Napolitano sono problemi veri e fa capire che se si andrà in quella direzione la Uil ne terrà conto. Centrella, segretario generale dell’Ugl, è anche più esplicito. «Non saranno certo le modalità dell’incontro – afferma –  a farci cambiare idea sulle riforme». E Bonanni conferma: «Al di là della forma conta la sostanza». La Cgil, però, sembra volersi collocare su un’altra lunghezza d’onda. Corso d’Italia fa l’elenco delle cose da mettere sul tappeto e si taglia fuori da ogni possibile accordo. Le liberalizzazioni non si possono fare se non prima di aver «spinto la crescita dimensionale delle aziende pubbliche». Il nuovo sistema contrattuali dovrà prevedere due livelli: quello aziendale e quello nazionale. L’articolo 8 della manovra estiva deve essere abolito e la discussione sulle pensioni riaperta. E c’è anche un pensierino per la vicenda Fiat: l’accordo del 28 giugno garantisce la rappresentanza sindacale a tutti, chiosa l’organizzazione della Camusso. Ergo, Marchionne sbaglia e ci deve essere un ripensamento anche su quel fronte.