Sacrificati sull’altare del rating

Rating e controrating, sottili minacce e tentativi di condizionare il mercato, appelli all’unione e sotterfugi per coltivare solo il proprio orticello. La giornata economica si trasforma in una ragnatela dove tutti hanno paura di rimanere imbrigliati e perciò sgomitano, sferrano qualche calcio, fingono di darsi la mano, preparano trappole e sgambetti. Le agenzie di rating da una parte, che diventano il “nemico numero uno” dopo essere state idolatrate della sinistra quando si trattava di gettare fango su Berlusconi. La politica dall’altra, che tenta di reagire, in nome dell’autonomia. I singoli Stati dall’altra ancora, all’insegna dell’«ognuno pensi per sé e Dio per tutti».
«L’Italia ha fatto dei passi avanti, ma ne sono necessari altri»: a meno di quattro giorni dal declassamento di Standard & Poor’s, l’agenzia Fitch, alla Camera, alza nuovamente il tiro sul nostro Paese, richiama l’attenzione sui «tassi troppo alti» che continuano a costituire un problema serio per «il costo del rifinanziamento» del debito e annuncia che entro gennaio potrebbe arrivare un ulteriore nuovo declassamento. Come dire, piove sul bagnato. A livello politico fioccano le bordate e i messaggi trasversali, in una situazione in cui l’euro appare sempre più stretto tra la speculazione internazionale, l’irresponsabilità e delle agenzie di rating e il gioco al massacro della cancelliera tedesca Angela Merkel, che pretende di mantenere un ruolo egemonico in Europa senza mettere mano al portafogli. Non lo ha fatto con la Grecia, quando bastavano “pochi spiccioli” per salvarla, e non intende farlo neppure oggi, quando sul banco degli imputati ci sono paesi importanti come la Spagna, l’Italia e, un po’ più defilata, la Francia. «Gli italiani possono fare il lavoro da soli», ha risposto  Wolfgang Franz, capo dei consiglieri economici della Merkel, in replica a un’intervista di Mario Monti al Financial Times in cui si spiegava che il Belpaese aveva fatto e stava facendo tutto quanto era necessario per fronteggiare la crisi. E che adesso i partner dell’Eurozona, e in primis la Germania, dovevano dare loro una mano agendo, ad esempio, sui tassi d’interesse. Una mano tesa a cui ieri  i tedeschi hanno risposto sbattendo la porta. Mario Monti come Silvio Berlusconi. Il tecnico a Palazzo Chigi è andato bene fino a quando ha chiesto agli italiani di fare sacrifici, non è più all’altezza adesso che chiede che anche gli altri facciano la loro parte. Il piatto piange, anche da Parigi il ministro dell’Economia Francois Baroin tranquillizza: «Abbiamo piena fiducia nel piano dell’Italia».

La giornata del rating politico

Al rating tecnico, abbassato da S&P e in odore di riduzione anche da parte di Fitch, si va sostituendo una sorta di rating politico fatto di parole, che certamente non aiuta e che alla fine ha come unico obiettivo quello di lasciarci fare tutto il lavoro da soli. Una fatica improba che non può essere certo superata con la politica delle pacche sulla spalla. I francesi hanno fiducia in noi; Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, esprime «pieno sostegno all’Italia» e parla di «apertura di credito» nei nostri confronti; la Germania si dice sicura che siamo in grado di fare da soli, ma tutto ciò non aiuta. Quello che servono sono le azioni concrete, e queste non arrivano Monti sollecita un intervento di mille miliardi per salvare l’euro), mentre la Bce si dice preoccupata per il nostro Paese e Mario Draghi parla di situazione molto grave e peggiorata nel giro di pochi mesi. Sullo sfondo la Grecia che, per bocca dei vertici di Fitch, viene praticamente dichiarata fallita. Del conferimento alla Banca centrale europea della capacità di stampare moneta neppure una traccia. Anzi, la Germania arriva addirittura a bocciare gli interventi di Francoforte sui titoli pubblici. In questo contesto non è un caso se la riunione trilaterale di Roma, tra Monti, Sarkozy e Merkel è slittata a febbraio. Al momento non si intravede ancora la possibilità di avere finalmente sul tavolo una proposta che riesca a conciliare il fanatismo tedesco con la possibilità dell’economia di crescere e l’occupazione di aumentare. Gli incontri al vertice sono pertanto inutili. A meno che la cancelliera tedesca non rinsavisca e dia segnale verde alla Bce per stampare moneta e debellare la speculazione con un potenza di fuoco a quel punto senza limiti. Emma Marcegaglia è illuminante in proposito: «La trilaterale di Roma è stata rimandata non è già un fallimento», ha risposto ai giornalisti. «Credo – ha aggiunto –  che sia importante che i tre presidenti  dei tre grandi Paesi europei si parlino per concordare una linea non solo sulla austerità, ma che rimetta la crescita e l’occupazione al centro».

Allarme ripresa

 «È essenziale – dice Bankitalia –  che la Ue applichi le nuove regole di bilancio e rafforzi il fondo salva-Stati». Senza questa minima azione qualche parola di plauso all’Italia non serve a niente altro che a tranquillizzarsi l’anima. I mercati hanno sparato contro di noi quando al governo c’era Belusconi, che non piaceva a Sarkozy e alla Merkel, e continuano a farlo adesso che Monti, un giorno sì e l’altro pure, viene gratificato di apprezzamenti per la manovra economica che ha messo in campo. Il fatto è  – secondo Bankitalia – che se lo spread non cala il Pil resterà negativo. Ecco le previsioni. «Se i rendimenti dei titoli di Stato rimarranno fermi per un biennio ai livelli di gennaio – sostiene Via Nazionale – il Pil si ridurrà dell’1,5 per cento nella media di quest’anno e rimarrà fermo in quella del prossimo. Se invece le cose dovessero migliorare e lo spread dovesse tornare sui livelli dell’estate scorsa la contrazione del 2012 si fermerebbe all’1,2 per cento e il Pil tornerebbe a crescere dello 0,8 per cento già nel 2013».
 
Egoismo tedesco
Avanti di questo passo, dando credito alla ricetta della Germania come finora ha fatto Monti, un Paese nel complesso ricco com’è l’Italia potrebbe essere ridotto progressivamente sul lastrico da una recessione feroce. Eppure i tedeschi furono i primi, assieme ai francesi, a mettere in discussione i trattati quando nel 2003 si sono trovati in difficoltà. Senza contare i benefici tratti dal fatto di fare parte dell’Europa nel momento in cui si dovettero affrontare i problemi dell’unificazione. «Ognuno adesso deve fare la sua parte ma – ha sottolineato Pier Luigi Bersani –  nessuno può fare da solo. Quando è stato il suo momento cruciale, la Germania non ha fatto da sola. Ha fatto con l’aiuto e la solidarietà di tutta l’Europa e sono sicuro che l’opinione pubblica tedesca questo non lo ha dimenticato». Una risposta stizzita a Wolfang Franz, ma anche un invito alla Merkel a trarre finalmente le conclusioni di una situazione che finirà per penalizzare anche la Germania, quando le agenzie di rating avranno finito lo sporco lavoro ai danni dell’Italia e di altri. Un esempio?  Presto fatto. L’abbassamento del rating al fondo salva-Stati da parte di S&P richiederà un contributo aggiuntivo di Germania, Olanda, Finlandia e Lussemburgo, gli unici ad aver mantenuto la tripla A. In caso contrario l’Efsf non potrà mantenere la stessa capacità, né potrà fare prestiti allo stesso tasso. Si dirà che è un guaio aggiuntivo provocato dalle agenzie di rating. Forse. Ma è un fatto di cui la Germania non potrà non tenere conto (la maggior parte dei contributi aggiuntivi sarà con tutta evidenza a suo carico) anche se al momento i tedeschi cercano di esorcizzare il problema sostenendo che non c’è bisogno di interventi.