Rating: una regia sospetta dietro l’attacco all’Europa

Adesso lo dicono tutti: basta con l’oppressione delle agenzie di rating. Lo dicono qui in Italia (con il centrosinistra che ha cambiato idea all’improvviso, ma solo perché Berlusconi non è più al governo) e in Europa (con Sarkozy in prima fila, che non sorride più ironico sugli altri, costretto com’è a leccarsi le ferite). Il tempo è scaduto. Non siamo ancora ai supplementari ma poco ci manca. Su un’unica zattera, a rischiare il bagno, ci sono i Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna), ma ci sono anche l’Italia, la Francia e l’intera area dell’euro, compresa la Germania. Se n’è avuto sentore lo scorso venerdì quando è arrivato il declassamento di nove Paesi europei da parte di Standard & Poor’s, con l’Italia di Monti che ha perso due posizioni e Parigi che ci ha rimesso la tripla A (ieri Moody’s gliel’ha però confermata). Un attacco tale da far scrivere al quotidiano economico tedesco Handelsblatt, con le valutazioni dell’economista Asgar Belke, che diventava concreta la possibilità di una rottura dell’Eurozona, anche se Van Rompuy ieri ha gettato acqua sul fuoco definendo sbagliata la decisione di S&P, spingendo verso il nuovo patto (Esm) e dichiarando che esiste una totale sintonia tra l’Italia e la Ue. Prese di posizione che non spostano di una virgola la questione. Chi ancora nutriva dubbi sul fatto che è in corso una vera e propria guerra combattuta con le armi economiche adesso è servito. È l’intera area dell’euro che è sotto attacco e le agenzie di rating, con sede in Usa, stanno facendo un mestiere non proprio onorevole. Non è un fatto nuovo. Berlusconi ha avuto modo di sperimentare in più occasioni annunci di questo genere e alla fine è stato costretto alle dimissioni proprio per l’andamento dello spread che certo non è estraneo a questi giochi. Adesso siamo al punto di partenza. Monti non si dimette, ma lo spread resta sui 500 punti e il nostro debito è due gradini più in basso. Draghi afferma: «Dobbiamo imparare a vivere con loro, dandole un potere più limitato».

I padroni del rating
Per gli amanti delle teorie del complotto Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, le tre agenzie di rating che controllano il 95 per cento del mercato, sono colpevoli di aver creato  e alimentato la crisi economica e la speculazione. Mario Draghi, del resto, nella sua veste di presidente del Financial stability board, poco meno di un anno fa ha preso posizione contro le cosiddette tre sorelle sponsorizzando l’ipotesi che i capi di Stato e di governo farebbero bene a metterle fuori legge. E sì, perché non è detto che l’economia mondiale ne avrebbe a soffrire. Sono in molti, infatti, a pensare che non debbano essere delle società private, che debbono fare utili, a dare le loro valutazioni (peraltro non sempre concordi come dimostra il voto sulla Francia) addirittura su debiti sovrani e a provocare tracolli con effetti annuncio che in economia finiscono per contare moltissimo. Ma chi sono questi padroni del rating che danno le loro pagelle ai mercati finanziari mondiali gestendo i diciannove ventesimi del mercato? Sono delle società private nate nei primi anni del ’900 e che – prima di diventare i giganti che oggi conosciamo – controllavano conti e affidabilità di municipalizzate e singole società. Il miliardario Warren Buffet, attraverso la Berkshire Hathaway, risulta essere il primo investitore singolo  nell’agenzia Moody’s con una quota del 12,47 per cento. I destini delle due sorelle statunitensi (Moody’s e S&P) sono legati anche a grandi fondi statunitensi come Vanguard Group, Blackrock, Capital World Investors, State Street e T Rowe Price Associates che controllano il 29,69 per cento di McGrow Hill, società che possiede S&P, e il 31,2 per cento di Moody’s. Nomi che, vagliati alla luce di quello che significano sul fronte del capitalismo mondiale, giustificano  pienamente il sospetto che  l’attacco all’euro abbia dietro i poteri forti statunitensi. E Fitch? A differenza delle prime due non è quotata in Borsa ed è posseduta al 60 per cento dai francesi di Fimalac e dalla Hearst Corporation.

La mano di Angela Merkel
Alla luce di tutto questo possiamo dire che l’Europa non sta meno bene perché venerdì S&P ha deciso di intervenire con mano pesante. Del resto basta guardare a quanto è successo in passato per capire che il rating non sempre va a braccetto con la salute degli Stati e delle aziende. In occasione del fallimento della Parmalat, Standard & Poor’s fece una figura pessima: fino alla sera prima aveva gratificato il titolo di un rating eccellente. E la stessa cosa è successa per il crack della Lehman Brothers e per i mutui subprime. Però, si può dire che di fronte alla speculazione e al soccorso che ad essa stanno dando le agenzie di rating stanno mancando risposte adeguate da parte dell’Europa. La cancelliera Merkel, in particolare, sta facendo il gioco di chi ci attacca: non ha voluto spendere 45 miliardi di euro per salvare la Grecia e poi ne ha dovuto sborsare molti di più, mentre Nicolas Sarkozy (dopo la perdita delle tripla A è stato contestato) pensava di poter esercitare il rischio connesso all’economia francese esorcizzandolo con i sorrisetti ironici. Oggi, invece, dopo la sortita di S&P c’è da sperare che tutti abbiano capito che è necessario usare armi vere, non ci si può fermare ai palliativi: in questo senso il nuovo accordo di gestione fiscale avrà un valore se, assieme al suo varo, sarà anche prevista la possibilità per la Bce di battere moneta come fa la Federal Reserve di Ben Bertnanke. In questo senso ha ragione Monti: la speculazione si fermerà quando avrà la sensazione che le munizioni disponibili per bloccarla sono illimitate. La Ue, però, temporeggia. Tanto che l’incontro di Roma tra Merkel, Monti e Sarkozy, previsto per il 20 gennaio è stato rinviato a febbraio. Ufficialmente per una richiesta della Francia, ma in realtà perché non c’è accordo sulle cose da fare.

La ricetta di Monti
È un fatto: la strategia europea è inadeguata alle necessità. Ma, al momento, sono inadeguati anche i comportamenti degli Stati dettati da Angela Merkel. In Italia la manovra di Monti, ad esempio, sta avendo una serie di ripercussioni sul fronte dei prezzi e della capacità di spesa delle famiglie. Lo confermano i dati dell’Istat sull’inflazione: il dato medio per il 2001 è stato del 2,8 per cento (il valore medio più alto dal 2008), mentre nel 2010 l’aumento dei prezzi al consumo si era fermato all’1,5. Cifre preoccupanti, che lo diventano ancora di più se si va a vedere la loro composizione. Nella media del 2011 è infatti il carrello della spesa (cibo e carburanti) a esercitare il peso maggiore (+3,5 per cento). Il che fa assumere ai rincari connotati ancora più iniqui, perché questo tipo di acquisti sono praticamente incomprimibili e pesano tanto di più quanto minore è il reddito percepito. Sui carburanti incide l’aumento delle accise e dell’Iva. A dicembre i rialzi della benzina sono stati del 15,8%, mentre il prezzo del gasolio per i mezzi di trasporto ha segnato aumenti del 24,3 per cento.