Quando la sinistra snobbava il tricolore

«Fino all’altro ieri chi parlava di Patria, per non dire di Nazione, esponeva il tricolore, cantava l’Inno di Mameli, esaltava il Risorgimento – cui si contrapponeva l’ interpretazione (sbagliata) di Gramsci come rivoluzione agraria (sociale) mancata – era tacciato, dalla sinistra, di fascismo». Così Piero Ostellino nel marzo scorso sul Corriere della Sera fotografava gli strani paradossi di destra, sinistra in tema di patriottismo. «Da quando la Lega ha manifestato l’intenzione di disertare le celebrazioni per i 150 anni dell’ Unità – scriveva Ostellino – la sinistra è patriottica. Accusa chi non li festeggia di tradimento della Patria e di ignorare la Nazione italiana (contrapposta alla Padania), si fascia nel tricolore, canta Mameli, rinnega Gramsci e elogia Cavour…». La rubrica di Ostellino non lesinava critiche alla destra che, a suo avviso, aveva «messo la sordina alle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità per non spiacere alla Lega». Una sorta di suicidio anche questo, quello di una destra che, schiacciata dalla real politik ha dovuto fare i conti negli ultimi anni con un partito alleato, quello di Umberto Bossi, che ha nel suo dna l’antinazionalità.
La destra, che ha sempre avuto l’amore per la Patria tra i suoi valori fondanti si è trovata, schiacciata tra due oppportunismi: quelli del Carroccio da una parte e quelli della sinistra dall’altra. Lo stop and go della Lega va avanti dal 1991. Come ricorda il libro Razza Padana di Alessandro Trocino e Alberto Signore, allorché il senatùr venne per la prima volta al Sud, a Catania, fu accolto da un intervento infuocato dell’allora leader del Fronte della Gioventù, Gianni Alemanno. Vent’anni dopo (più o meno) uno da ministro delle Riforem e l’altro da sindaco di Roma furono protagonisti di una pace pubblica per ricucire i rapporti dopo l’ennesima sparata della Lega. Ottobre 2010, questa la cronaca faziosa e colorita dell’inviata di Repubblica: «Circondato dai pretoriani Zaia, Cota e Bricolo, Calderoli in jeans e sneakers come per una scampagnata, il ministro delle Riforme ci riprova, dà della “cornuta” a una vecchietta che lo contesta, guadagna lo stand eco-gastronomico allestito in piazza Montecitorio dove una governatrice Polverini in versione badante gli imbocca i rigatoni col sugo di coda». E Alemanno? «Ogni giorno ha la sua pena ma penso che da oggi Bossi non ci offenderà più», rassicura l’ inquilino del Campidoglio. Bossi, per lui, è conquistato: persino una sciarpa della Magica è riuscito ad allacciargli al collo. Tutto inutile. “Ma dove c… lo corri il Gp a Roma?”, è l’ antipasto servito dal leader del Carroccio. “I rigatoni? Io mangio solo polenta”, dirà a pranzo. Riparatore, fino al prossimo insulto». Facile profezia quella del giornale di De Benedetti, visto che diciotto mesi dopo la Lega e il Pdl hanno di nuovo separato i loro destini. Da alleati ad avversari, in un’altalena che ha logorato più la destra che i lumbàrd. Suona ridicolo invece il cambio di registro della sinistra che, fino a qualche anno fa snobbava il concetto stesso di Patria. Emblematica la parata del 2 giugno 2006, la prima dell’Unione al governo. Si svolge in tono minore, con meno militari e mezzi impegnati. C’è persino spazio per un piccolo blitz di Greenpeace che riesce ad aprire uno striscione contro le armi nucleari. Non solo, contemporaneamente, nel cuore di Roma, a pochi metri di distanza, sfilano i pacifisti: Verdi, Pdci e Rifondazione comunista. Addirittura il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, pur essendo sul palco, indossa una spilletta arcobaleno. Forza Italia e An, all’epoca all’opposizione, protestano: «Il modo con cui Bertinotti adempie alle sue responsabilità di presidente della Camera è imbarazzante e fa precipitare l’ Italia nel ridicolo». Presenti i vicepremier D’Alema e Rutelli, insieme ad altri esponenti del governo. Assenti i ministri Ferrero, Fioroni, Pecoraro Scanio e l’attuale leader del Pd, Bersani. È l’epoca la senatrice bertinottiana Lidia Menapace in un’intervista definisce le Frecce Tricolori inutili, rumorose ed inquinanti e ne chiede lo scioglimento. Per decenni l’ideologia comunista  ha disprezzato le Forze Armate: la sola divisa  da difendere era il fazzolettono rosso e l’uniche bandiere da sventolare erano quella rossa e di Che Guevara. Vedersi dare lezioni di patriottismo proprio da loro è quasi peggio di un suicidio.