Pdl a rischio eutanasia? «No, ma si rischia grosso»

Per valutare il livello di interesse di Monti al voto di ieri della Camera sul Milleproroghe, bastava dare un’occhiata ai banchi del governo mentre i partiti facevano le dichiarazioni di voto. Tutti assenti, come scolaretti che se la svignano al Luna park durante l’ora di religione. Tutti, tranne un sottosegretario all’Economia, Gianfranco Paolillo, quello che ha dato della fontana piangente alla Fornero, tanto per intenderci. Di ministri neanche l’ombra, tantomeno quel Corrado Passera che in tanti considerano il ciuccio di fatica pronto a trasformarsi in purosangue politico da qui a un anno, quando qualcuno del governo tecnico (non necessariamente Monti) proverà a giocarsi le sue carte nelle urne. Ecco perché se da un lato il Pdl continua a votare compatto per senso di responsabilità (com’è accaduto anche ieri, undici astenuti a parte) , dall’altro l’entusiasmo nei confronti di un esecutivo che erode consensi al partito è ai minimi storici. Di scissione e fronde non c’è traccia, almeno per ora, ma quella frase del segretario Alfano sul sostegno “senza se e senza ma” al governo Monti, ieri teneva banco tra i divanetti del Transatlantico. Così come quell’autorevole messaggio dell’editorialista del Corriere della Sera, Ernesto Galli Della Loggia, che ieri si chiedeva se i partiti italiani “ce la faranno a uscire dalla condizione di irrilevanza – vorrei dire d’inutilità – in cui li sta precipitando la presenza del governo Monti”. La sua risposta è sì, ma solo se abbandoneranno l’europeismo di facciata per ridarsi una “mission” italiana, intesa come riscoperta di battaglie politiche sentite dall’opinione pubblica. «È quello che sostengo anche io, rispetto al Pdl, che deve valorizzare la propria vocazione nazionale, pur nella consapevolezza che esiste un’economia duale – spiega Mario Landolfi, subcommissario del Pdl campano – ma è un errore scendere sul terreno del regionalismo, come fa la Lega. Mentre Monti va a parlare di globalizzazione in Europa e nel mondo, noi non possiamo certo parlare della Padania. E questo non vuol dire non poterci alleare con i leghisti, come la Csu bavarese in Germania sta con la Cdu. Ma senza rinnegare noi stessi». Volare alto, dunque, per evitare la marginalizzazione culturale e politica di un partito che sta dando prova di senso di responsabilità nazionale, anche a costo di pagare dazio nelle urne. «Io sono tra coloro che fin dall’inizio consideravano le dimissioni di Berlusconi un errore, frutto di presupposti che si sono poi rivelati sbagliati – spiega ancora Landolfi – ma ora l’unica linea possibile è quella della chiarezza: no alla crisi, che sarebbe da irresponsabili, ma dobbiamo incidere sulle scelte di questo governo, farci sentire, dimostrare all’elettorato che su temi come le liberalizzazioni e il welfare questo governo deve fare i conti con noi». I “se e i ma”, dunque, possono servire alla causa, come conferma anche il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, che ieri in una nota sentiva l’esigenza di spiegare meglio la frase di Alfano, senza contraddirla: «Lui vuol dire che noi dobbiamo misurarci con questo governo e va esclusa l’ipotesi di una crisi di governo. Introdurrebbe nervosismo inutile in una situazione molto grave». E la Lega? «Non si può andare avanti con gli ultimatum, sono inaccettabili». Melania Rizzoli confessa la propria sofferenza fisica nel vedere Bersani “che nella saletta del governo, alla Camera, prende sotto braccio i ministri del governo Monti”, ma chiarisce: «I partiti sembrano vivere una fase disgregativa, sia per noi che per il Pd, ma solo perché non c’è un governo di riferimento chiaro. È chiaro che noi facciamo fatica a votare con una maggioranza come questa, ma non ci sono spaccature sulla necessità di votare responsabilmente. La popolarità eventuale e futura di Monti? Non mi preoccupa, i partiti, da qui al 2013, si riprenderanno la scena». «A me interessa la nostra popolarità, non quella di Monti, da qui a un anno…», sorride Beatrice Lorenzin, che si affetta a votare il Milleproroghe ma si dichiara “preoccupata”. «Sì, per vari motivi. Il primo è che temo le spinte centrifughe dei partiti verso il centro e anche l’ondata di antipolitica, ma soprattutto la necessità di dare al Pdl un progetto politico semplice e comprensibile che passi attraverso la stagione congressuale. I congressi devono servire non solo a darci una nuova classe dirigente ma soprattutto a comunicare una nostra visione dell’Italia, della Ue, della crisi, del governo Monti…». Ecco, appunto: qual è la visione sul governo Monti? «L’ipotesi del voto in primavera è superata, ma il Pdl rischia molto se non si pone come mediatore dei conflitti sociali e del malessere rispetto alle scelte radicali del governo tecnico». Chi non soffre per nulla è invece Maurizio Paniz, che la sua battaglia sulle liberalizzazioni la sta facendo per rimediare ai mal di pancia della sua categoria, gli avvocati. «Io sono un parlamentare ed esercito il mio mandato in modo responsabile, anche con questo governo. Però, non per contraddire il segretario, non sottoscrivo la frase di Alfano sul sostegno “senza se e senza ma”. Il Pdl è qui proprio per verificare con i “se” e i “ma” quando sostenere le scelte del governo e quando non farlo». La lunga vita del Pdl, per Giuseppe Scalera, parlamentare campano ex Dc, passa invece per un progetto politico che apra le porte all’elettorato moderato: «Anticipando le mosse di Casini, però», spiega. Come? «Facendo un’offerta politica al centro, visto che a destra non c’è più spazio. Sostenere il governo Monti non ci danneggia, se spingiamo sull’area cattolica dell’esecutivo, quella dei Riccardi e degli Ornaghi: è l’unico modo per arginare chi ha lì dentro ha velleità politiche, come Passera…».