Maroni ko, vince la Lega filo-Pdl. E ora il voto anticipato si avvicina

Esce quasi per ultimo dall’aula, dopo il voto, quasi a mimetizzarsi tra i padani vocianti che sciamano fuori come ragazzini finalmente liberi per la ricreazione. Lui, l’ex ministro di ferro, stavolta ha l’aria mesta del capretto che si consegna alla pirofila di Pasqua. I giornalisti lo incalzano, gli chiedono conto della sua sconfitta, Roberto Maroni si difende stancamente, quasi controvoglia: «Sì, però sono pochi i leghisti che hanno votato no all’arresto…». E sorride di sè, perché sa di averla detta grossa. Determinanti o meno nel computo finale, sicuramente ieri i parlamentari verdi hanno detto a stragrande maggioranza no alla linea di Bobo, che sulla partita giustizialista si giocava anche la possibile scalata del partito. Un partito che aveva poca voglia di strappare col Pdl e di condannare alla galera un collega, nonostante gli argomenti demagogici che Maroni anche ieri provava a sollevare: «Se la nostra gente capirà il voto? Eh, non so, a me sono arrivati tanti messaggi di persone che dicevano di apprezzare la mia linea di chiarezza…». E andava via, sorridendo amaro alla domanda sul perché in aula, a votare, non ci fosse Bossi. Per poi confidare a qualcuno: «Me ne posso anche andare dalla Lega, ma non da solo…».
Il problema è che Maroni, oltre ad aver perso il braccio di ferro con Bossi, non s’è reso conto che nel suo partito non c’era davvero nessuna voglia di condannare Cosentino al carcere sulla base di atti che lo stesso relatore leghista, Paolini, giudicava fragili. Del resto, proprio Paolini, nel suo intervento in aula, era stato quasi più determinato e incisivo dei suoi colleghi del Pdl nella difesa dell’ex sottosegretario, anche se poi aveva annunciato la linea del sì e la libertà di coscienza per il gruppo.
In mattinata, prima del voto, il gruppo della Lega si era riunito alla presenza di Bossi, che dopo aver ascoltato i dubbi di Paolini, aveva comunicato la linea finale: «La Lega è per il sì all’arresto, ma vi lascio libertà di coscienza. E comunque, nel dubbio, votate sì», era stata la furbesca opzione del senatùr per non mortificare del tutto Maroni, rimasto in silenzio mentre si consumava la sua delegittimazione.  Ma intanto s’era sfiorata la rissa, quando un maroniano aveva chiesto a Paolini se aveva ricevuto una telefonata da Berlusconi.
In aula, poi, almeno una trentina di leghisti ha detto no all’arresto, recependo i messaggi subliminari del vecchio leader. E in Transatlantico, dopo il voto, i parlamentari padani sembravano come sollevati da un macigno sullo stomaco: «I giudici di Napoli pensassero a fare i processi, invece di chiedere l’arresto di un parlamentare!», urlava il deputato Alberto Torazzo uscendo dall’emiciclo. Occhio e croce, lui è uno di quelli che non ha votato per l’arresto. Come Mauro Desiderati, un pingue parlamentare che giurava: «Io mai e poi mai avrei dato ragione a un magistrato e mandato una persona in  galera…». . E la giornata proseguiva su questa linea, che a tratti appariva quasi paradossale, come quando Bossi interveniva per spiegare che “la storia della Lega non è mai stata forcaiola”.  «Maroni scontento? Non piangeremo…», proseguiva un po’ irridente il senatùr. «Secondo me i parlamentari sono stanchi di sottostare ai magistrati. C’è stata una specie di ribellione dei deputati  nei confronti della magistratura».
Sul fronte politico, però, sono in tanti a pensare che la vittoria dell’ala dialogante e filo-pidiellina del Carroccio non sia frutto del caso, ma di una volontà prevalente di ricomporre la maggioranza, che ieri ha in ogni caso ritrovato i suoi vecchi numeri. E in questa chiave un ricompattamento del centrodestra non può che favorire un’ipotesi di elezioni anticipate in primavera, soprattutto se si troverà un accordo-lampo, bipartisan, sulle correzioni al “Porcellum”. «Il voto della Camera su Cosentino ha un significato prettamente politico, da cui emerge che esiste tuttora una maggioranza Pdl-Lega, peraltro mai sconfitta in Parlamento» commentava ieri il senatore del Pdl Altero Matteoli. «Evidentemente esiste ancora l’asse Pdl-Lega», gli dava ragione, a stretto giro, il leader Udc Pier Ferdinando Casini, con una punta di irritazione, sospetta.