Manganellate tecniche sui pescatori

«Abbiamo tirato due petardi di carnevale ed è successo il finimondo». «Perché non scende qualcuno, un capogabinetto, un segretario? Qua non si vede nessuno». È appena finto lo scontro con carabinieri e poliziotti all’ingresso di Montecitorio e si agitano, increduli (e arrabbiati) per la reazione un po’ troppo forte delle forze dell’ordine.
Sono pescatori di tutte le età, molti sui trent’anni che vivono di mare da quando sono nati, sono arrivati ieri mattina alle 8 da mezza Italia per chiedere il conto al governo sulle “liberalizzazioni”. Una delegazione doveva essere ricevuta in mattinata e invece alle 5 di pomeriggio ancora aspetta. Liberalizzazioni che significano aumento del prezzo del carburante, messe a norma impossibili che, unite alla normativa di Bruxelles sulla pesca, rischiano di mettere sul lastrico tutta la categoria. «Vogliamo la proroga delle norme europee – dice un pescatore di Trani, facinoroso ma anche ben informato  – devono documentarsi sui nostri fondali, perché con quelle reti a maglia larga noi siamo fritti. Il pesce entra ed esce come da un portone». «Fate di noi quello che volete», dice un altro rivolgendosi al cordone degli agenti che tiene a distanza di sicurezza dal palazzo i manifestanti. Sono tanti e sono “veri”, poco esperti di piazza, facili a innervosirsi per essere tenuti al guinzaglio. Quello di ieri alla Camera non era un sit-in organizzato dai “professionisti della protesta”, che sanno muoversi, cercare i riflettori giusti, agitare lo striscione a effetto per fare notizia e portare a casa, comunque, il risultato. Piazza Montecitorio per tutta la giornata è stata presidiata da 100-150 pescatori manifestanti per un giorno, arrivati con il pullman dall’Adriatico, da Napoli, da Ostia, dalla Sicilia. La tensione è cresciuta con il passare delle ore e loro hanno esagerato beccandosi le prime manganellate del governo Monti, che saranno anche “teniche” ma fanno male lo stesso. La prima carica della polizia, poco prima delle 16, si conclude con alcuni feriti. Poi altri fronteggiamenti fino allo sciogliemento della manifestazione e al corteo improvvisato verso piazza Venezia. «Guardi», dice un pescatore sui settant’anni mostrando la mano gonfia, «mi hanno preso a manganellate, io, infartuato che non facevo nulla». Un uomo con una ferita alla testa e un altro con una frattura alla mano destra sono stati trasportati in ambulanza subito dopo la carica, un terzo, che accusava dolori alla gamba sinistra e al torace, è stato soccorso dopo qualche minuto. “Vergogna, vergogna” grida un gruppetto verso gli agenti in tenuta antisommossa.
Aspettano di essere ricevuti, alcuni indossano i giubbotti arancioni di salvataggio e agitano striscioni che recitano “la Comunità europea ci affonda”, “vi state mangiando anche le nostre barche”, “le regole del Nord Europa non valgono per il Mediterraneo”. «Ci stanno mettendo in mutande, così non si può andare avanti e questo è davvero un peccato», dice Nino che ha paura di perdere il suo lavoro e di non poter più pagare l’università alle sue due figlie. «Ogni giorno usciamo alle tre della mattina e rientriamo nel pomeriggio con la speranza di avere un buon ricavato perché altrimenti non riusciamo neanche a entrare nei costi di spesa». Il governo non brilla per tempismo, è altrove, sottovalutando il pentolone della protesta sociale che bolle in pentola da settimane. Ieri l’incontro a Palazzo Chigi con il governatore siciliano Raffaele Lombardo per mettere a fuoco la rivolta dei tir. Tra qualche giorno, magari, si accorgerà della rabbia dei pescatori.
«La crisi economica non va trasformata in un problema di ordine pubblico», dice il pidiellino Alfredo Mantovano, «l’errore più grave, da evitare, è far coincidere la vertenza promossa dagli autotrasportatori con una questione di ordine pubblico». Più in generale la la gestione della crisi economica «non tollera il sistematico richiamo, da parte di chi governa, alla supplenza di chi con la sua divisa è tenuto a garantire l’ordine pubblico».
Se l’Udc se la cava con la solidarietà agli uomini in divisa che ieri hanno difeso piazza Montecitorio, Paolo Ferrero torna ad attaccare la miopia del governo tecnico. «Le cariche della polizia non sono una risposta alle richieste dei pescatori perché i problemi sociali non sono una questione di ordine pubblico ma chiedono una risposta politica», dice il leader di Rifondazione, «il governo, che si caratterizza sempre più come il governo delle banche, al contrario garantisce le passività delle banche e non fa nulla per affrontare la questione sociale. Le vertenze in corso di pescatori, camionisti, agricoltori, tassisti, sono la dimostrazione che il governo Monti non se la prende solo con i lavoratori dipendenti ma anche con l’artigianato e la piccola impresa, mentre difende le grandi imprese e la finanza».
La protesta dei pescatori, almeno in Sicilia, è legata alla ribellione dei forconi e dei camionisti ieri al terzo giorno di sciopero in tutta Italia. I pescatori siciliani che fanno parte del movimento “Forza d’urto” hanno annunciato che oggii raggiungeranno Palazzo dei Normanni, a Palermo, con pullman provenienti dalle località marinare di tutta l’Isola per unirsi ai Forconi che oggi hanno manifestato in città. Già nei giorni scorsi la “gente di mare” aveva iniziato le agitazioni: la protesta dei forconi e contro il caro gasolio, infatti, investe anche il settore marittimo, dal Tirreno all’Adriatico, con le barche ferme in vari porti italiani e i pescatori sul piede di guerra.