Ma quale Re Giorgio, da oggi chiamatelo “Sua Esternazione”

Un po’ è colpa sua, un po’ ci si mette anche un ufficio stampa che non sprizza esattamente brio da tutti i pori. E così che, sul sito del Quirinale, le dichiarazioni di Giorgio Napolitano rilasciate nel corso della sua visita a Bologna vengono presentate con questo titolo: “Creare le condizioni per il rilancio di una competizione non lacerante e per il nuovo avvio di una dialettica di alternanza non più inficiata da una conflittualità paralizzante”. Eh? Ma non potevano scrivere semplicemente che lo scontro politico è bello, ma fino a un certo punto? Che poi di per sé non è che sia una verità sconvolgente. Non che dal Colle giungano in genere notizie eclatanti.

Sua Esternazione
Ieri, per esempio, il Presidente della Repubblica ci ha spiegato che per uscire dalla crisi servono sacrifici, che occorre coesione sociale ma che questa non deve essere confusa con l’immobilismo. E ancora, Napolitano ci ha esortato a non lasciare sulle spalle delle generazioni più giovani l’eredità del debito pubblico, e, prendete nota, ha spiegato che bisogna selezionare molto bene i tagli alla spesa pubblica e non farli alla cieca. E via di questo passo. Non è chiaro, in verità, a chi si rivolgessero questi moniti: chi è che oggi afferma «freghiamocene dei sacrifici», «quello che ci serve è un po’ di immobilismo», «al debito pubblico ci penseranno le nuove generazioni» oppure «tagliamo la spesa pubblica ma, mi raccomando, facciamolo a casaccio»? C’è davvero bisogno di lanciare nell’agone politico simili banalità? La verità è che se il sobrio Monti, lo schivo e riservato professore che non ama i riflettori ha finito per fare più comparsate televisive di Ramona Badescu, Napolitano, dal canto suo, sembra preferire l’esternazione. Quel che conta è dichiarare, commentare, si tratti dell’ondata di freddo in arrivo dalla Scandinavia o dei sacrosanti e intoccabili valori costituzionali. Della serie: esternate, esternate, qualcosa resterà.

«Serve stabilità». Ma dai?

Del resto già i (pochi) telespettatori del soporifero discorso di fine anno si erano goduti l’iniezione di qualunquismo in salsa politichese che dal Quirinale arrivava a suggellare l’annus horribilis per le tasche dei cittadini. Tra spumante e lenticchie, scoprivamo così che «nessuno, oggi, nessun gruppo sociale, può sottrarsi all’impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell’Italia». E che va combattuta la «massiccia, distorsiva e ingiustificabile evasione fiscale». Anche perché «è importante ora che l’Italia possa contare su una fase di stabilità e di serenità politica». Ma anche la vigilia di Natale era stata carica di messaggi imprescindibili da scolpire nelle menti. In un’intervista al Corriere della Sera, infatti, Napolitano ci spiegava che le sfide e i rischi legati alla crisi sono superabili «con l’arma vincente della coesione sociale e nazionale». E che dire di quando, a novembre, il Colle si era scomodato per affrontare il delicato tema della “Pubblicità Progresso”, chiarendo che «la pubblicità è un tassello del complesso insieme della comunicazione» e che «nella paziente tessitura dell’unità la comunicazione ha sempre avuto ed avrà un ruolo fondamentale». Pochi giorni prima ci aveva invece ricordato che la crisi «richiede un impegno immediato e di lunga lena, da parte nostra, nella gestione della finanza pubblica e più in generale nella visione e nella guida dello sviluppo economico e sociale del paese. Scelte severe nell’uso delle risorse, diversi e meditati ordini di priorità, superamento di fatali ritardi e contraddizioni nell’affrontare, con riforme spesso annunciate e sempre mancate, debolezze di fondo del sistema paese: ecco gli imperativi che riguardano noi tutti, e che esigono nuova consapevolezza diffusa e nuovi comportamenti, individuali e collettivi, rigore e qualità – come ha ben suggerito Popolizio -, spirito di sacrificio e slancio innovativo». E se lo dice Popolizio…

I giovani, il sud, il lavoro

Fra le parole di Napolitano che meritano di essere tramandate ai posteri, poi, come non citare l’accorato appello per il Sud: «Ci preoccupa, in particolare qui in Italia, la condizione del Mezzogiorno, il disagio e l’incerto sviluppo delle nostre regioni meridionali, la gravità del problema dei senza lavoro e soprattutto dei giovani che si interrogano ansiosamente sul loro futuro». È bene che i giovani trovino lavoro, che la disoccupazione sparisca e che il Mezzogiorno risolva i suoi problemi atavici: e chi ci aveva pensato senza il suggerimento di Re Giorgio?