Libertario, aperto (e occupato): ecco il Teatro Coppola

Sentire di artisti che fuori dal palcoscenico fanno sul serio può suonare un po’ strano, abituati come siamo alla rappresentazione viziata dal piagnisteo che spesso accompagna alcune rivendicazioni dei nostri. E invece basta fare un giro per le vie dell’estremo Sud della penisola per accorgersi che se è vero che ci sono piagnoni e incompetenti che da artisti si travestono, è altrettanto vero che ci sono anche artisti veri che esorcizzano la “morte dell’arte” con l’azione manifesta. Già, questa storia per fortuna prende il via dai secondi. E racconta le sorti Teatro Coppola di Catania: una storia di beffe e di abbandono per quello che è stato il primo teatro della città voluto dagli abitanti del rione Civita. Un teatro che fino a pochi giorni non c’era e adesso c’è. E c’è perché davanti allo scempio, un gruppo di musicisti, attori e lavoratori dello spettacolo ha deciso di occupare. Anzi, di riattivare lo stabile che era stato trasformato in un garage in attesa (è proprio il caso di dire, disattesa) di diventare una sorta di cantina degli attrezzi del teatro Bellini. Da qui l’azione. «Rivendichiamo – si legge nel manifesto – il diritto, e ci assumiamo il dovere, di riappropriarci e prenderci cura di un bene comune abbandonato per restituirlo alla storia della città».
Parola che “santificano” un’esperienza, quella catanese, che si innesta con quella parallela del Teatro Valle di Roma (occupato anch’esso da mesi e che ha dato il là ad altre operazioni sparse per l’Italia). Eppure la formula del Coppola è, a suo modo, del tutto inedita. Prima di tutto perché è un’esperienza fresca, a “porte aperte”, senza vincoli ideologici né lucchetti mentali. Già, non solo gli occupanti non pongono nessuna discriminante che non sia quella di «andare contro gli interessi della collettività», ma anche sulla natura libertaria della “riattivazione” non intendono fare nessuna trattativa. Ce lo spiega uno dei protagonisti della riattivazione come Cesare Basile – artista poliedrico, irregolare per vocazione – che in una pausa dai lavori di ristrutturazione spiega che cosa sta avvenendo: «È in atto il tentativo di realizzare la gestione libertaria di questo posto in cui le persone prendono per mano il proprio lavoro e tutto ciò che di bello nasce prende il via dal basso. Nei fatti l’apertura di questo posto ha come obiettivo costruire il teatro dei cittadini, di tutti quelli che singolarmente vogliono dare una mano a riportare la vita in questo posto». Insomma «non sarà mai il teatro di gruppi, di partito, di nessuna chiesa». Il concetto è chiaro, e bello: «Dalla collettività non si può escludere nessuno, l’unico modo per escludersi è non pensare al bene comune».
Tutto ciò accade in un quartiere – la Civita – dove convivono da anni la moschea, il pub futurista Durden, assieme agli ultimi pescatori e alle ultime botteghe storiche, nel quale adesso l’occupazione del Coppola si innesta in un contesto culturale che sta nascendo spontanenamente e nel rispetto dell’identità popolare del quartiere. Per tutti questi motivi l’azione di questo inedito collettivo non è passata inosservata. La commissione Cultura del consiglio comunale ha chiesto un incontro “esplorativo” agli occupanti, la stampa locale ha dato ampio risalto su ciò che avvenendo nel teatro e un po’ tutti in città iniziano a frequentare il ricco cartellone di eventi che quasi ogni giorno stanno caratterizzando l’esperienza del Coppola.
Una Catania, insomma, che anche con questo gesto si riscopre quel laboratorio indipendente di cultura e innovazione che tale è proprio perché capace di percorrere sentieri scomodi. Per questo la natura del teatro Coppola rischia di diventare un affare maledettamente serio. Perché, come un’onda inattesa, aiuta a disincagliare dallo scoglio i pregiudizi e le pigrizie mentali di ogni latitudine. Ragion per cui – da questo momento in poi – chi ne rimane ancora intrappolato non potrà che maledire in fondo solo se stesso.