L’era Monti e le dimissioni di Malinconico

Carlo Malinconico, ieri, si è dimesso. Qualcuno dice tardivamente, qualcuno spera che sia solo il primo passo di un “repulisti” in un governo troppo coinvolto in interessi di parte, qualcun altro sottolinea che si è trattato di un gesto di alta responsabilità istituzionale. Ne emerge ancora una volta l’immagine di un Paese in cui nessuno è immune da “incidenti” e di una politica e di un mondo degli opinion maker propensi ad assecondare, più che il buon senso, il ruolo che si sono scelti, spesso per strumentalità.

Dal Colosseo all’Argentario
Malinconico è finito coinvolto in una vicenda che molti hanno associato a quella che portò alle dimissioni di Claudio Scajola, per via della famosa casa al Colosseo pagata a sua insaputa da membri della “cricca”. All’ormai ex sottosegretario non sono state pagate quote di casa, ma soggiorni in un albergo all’Argentario per circa ventimila euro. Si parla di fatti che risalgono al 2007 e al 2008, quando Malinconico era segretario generale di Romano Prodi premier e Angelo Balducci, il capo della “cricca”, allora noto solo come presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

La pezza peggio dello strappo
Nel tempo Malinconico ha dato versioni diverse di quella vicenda, già emersa nell’ambito dell’inchiesta sul G8 e sulle ricostruzioni dell’Aquila: durante le indagini di allora affermò di aver pagato tutto di tasca propria e di poter produrre le ricevute; ora spiega che all’epoca tentò di rimborsare i soldi a Balducci, di non esserci riuscito e quindi, «irritato», di aver evitato di tornare all’Hotel Pellicano di Porto Ercole. Che a pagare fosse stato Francesco De Vito Piscicelli (quello che rideva del terremoto dell’Aquila e che di recente è tornato alla ribalta per aver portato la madre a pranzo in elicottero atterrando su una spiaggia), invece, Maliconico dice di averlo appreso solo in questi giorni e di essere corso ai ripari facendo un bonifico all’albergo con l’intera somma dei soggiorni, comunicando anche che «ogni precedente pagamento disposto da altri deve considerarsi inacettabile e privo di effetti». Ora, al di là delle incogruenze nei racconti, è evidente che la pezza è peggio dello strappo e che quel bonifico a distanza di anni appare come un’iniziativa risibile.

Gogna e santificazione
Maliconico ha fatto bene a dimettersi? Probabilmente sì. Ma altrettanto probabilmente questo gesto non andrebbe accolto né col giubilo di chi magari lo vorrebbe già vedere in carcere e spogliato di tutti i suoi averi, Idv in testa, né con la compiacenza di chi vi riscontra una dimostrazione di alto senso delle istituzioni, dal Pd, che ora si scopre garantista, a voci del Pdl. Malinconico, come altri prima di lui, ha commesso un passo falso cedendo a familiarità che sarebbe stato bene evitare e ora è chiamato ad assumersene la responsabilità. Peraltro, fino all’altro ieri, non sembrava affatto intenzionato a rimettere il mandato che poi, ieri, è stato consegnato nelle mani di Monti. La nota ufficiale che ne ha dato notizia è stata, per certi versi, l’unico aspetto impeccabile di tutta questa vicenda: il premier Monti «ha ricevuto questa mattina a Palazzo Chigi il sottosegretario di Stato Carlo Malinconico. Il sottosegretario ha riferito al presidente, in relazione ai fatti e alle circostanze riportate dalla stampa, affermando la correttezza della propria condotta». «Il sottosegretario – si leggeva ancora – ha rassegnato le dimissioni dal suo incarico, per poter meglio difendere la propria immagine e onorabilità in tutte le sedi, nonché per salvaguardare la credibilità e l’efficacia dell’azione del governo».

Monti manca la prova
Lo stesso Monti non se l’è cavata benissimo e ieri a fargli il pelo e il contropelo ci ha pensato Francesco Merlo su Repubblica. Al netto della ferocia, l’articolo diceva sostanzialmente che il professore non avrebbe dovuto cercare di prendere tempo come invece ha fatto e che della faccenda se ne sarebbe dovuto occupare subito. Riferito a un premier che ha costruito la sua credibilità non sul garantismo ma sull’aura di una correttezza istituzionale che è valore assoluto in sé e scavalca qualsiasi altro principio, il merito dei rilievi era incontestabile. La grande promessa costruita intorno a Monti non è stata tanto il risanamento dei conti, quanto la discontinuità. E il professore, alla prima prova, l’ha disattesa. Chi l’ha messo lì l’ha fatto per liberarsi dei “mali del berlusconismo”, ma ora si scopre che nessuno è immune da quei mali, nemmeno un uomo che è stato scelto prima da Prodi e poi da Monti. Ed è con questi conti, non con quelli di un albergo o di una casa, che ora l’Italia e la sua classe dirigente sono chiamati a misurarsi.