Lavoro, ultimo avviso alla Fornero: prima si parla, poi (semmai) si piange

Anche per i “professori” arriva il momento degli esami e della strategia più politica che tecnica. Elsa Fornero e Corrado Passera saranno i protagonisti dell’intera trattativa in materia di Welfare e di lavoro, la cui fase conclusiva avrà inizio lunedì con la convocazione delle organizzazioni sindacali a Palazzo Chigi. C’è da cucire, cercare equilibri e mediazioni, confrontarsi, tener conto dei partiti, sedersi allo stesso tavolo con la Camusso. Magari lo faranno con un certo fastidio, perché avrebbero preferito andare avanti a mo’ di carrarmati, ma i temi sul tappeto sono troppo delicati per uscirne con la solita storia dei tecnici “salva-Italia” a qualunque costo. Mario Monti sarà dietro le quinte, in versione regista, per poi trarre le conclusioni a un terzo tavolo, più politico, dove cifre e contenuti avranno sicuramente importanza, ma conteranno anche e soprattutto le compatibilità di carattere sociale. Il compito è tenere insieme esecutivo, forze politiche e sindacali. Sarà in questa sede che, alla fine, verrà deciso se tirare la corda sul tema dei licenziamenti, oppure sarà il caso di accontentarsi di obiettivi meno ambiziosi. Il che, tradotto in termini concreti, vuol dire avere il coraggio di rompere o meno con un certo modo di fare sindacato, impersonato in Italia dalla Cgil. Dietro le quinte il ruolo di Pier Luigi Bersani: si farà condizionare dai falchi di Corso d’Italia per paura di perdere consensi a sinistra oppure deciderà di sostenere quello che da anni sostiene Pietro Ichino, studioso del problema ma anche senatore del Pd? Quello che il governo farà o non farà sul mercato del lavoro è tutto legato a questo interrogativo perché, come ha detto nei giorni scorsi Sergio Cofferati, in questo momento Monti non è nelle condizioni di fare cose che il Pd non condivide.

Basso profilo
Con queste premesse, è quasi certo che la riforma che a febbraio vedrà la luce sotto la forma di un disegno di legge sarà di basso profilo: le avvisaglie sono tali da non incoraggiare certo i più ardimentosi. Monti ne annuncia la filosofia: «Ridurre la frammentazione dei contratti e far andare di pari passo la riforma del mercato del lavoro con quella degli ammortizzatori sociali». E l’articolo 18? È quasi dimenticato. Prende corpo, invece, l’idea di sostituire con un unico contratto gli attuali 48 censiti dall’Istat. Ci sarà una fase d’ingresso (sarà ancora possibile licenziare), che potrà durare fino a tre anni, e una di stabilità, durante la quale il lavoratore potrà godere di tutte le tutele riservate oggi ai titolari di contratti a tempo indeterminato e quindi essere coperto dall’articolo 18 dello Statuto. Cosa cambierà? Poco. Già oggi, durante la prova, l’articolo 18 sui licenziamenti non trova applicazione. Il fatto nuovo è che il periodo di prova si allungherà fino a tre anni. I contratti a termine, invece, diventeranno accordi per remunerare le mansioni medio alte, mentre oggi, secondo quanto risulta dai dati disponibili, la quasi totalità degli assunti con questo tipo di accordi ricopre qualifiche medio basse. La “rivoluzione” targata Fornero farà sì che non sarà più possibile assumere a tempo determinato dipendenti a cui viene corrisposto un salario inferiore ai 25mila euro. Tutto qui? No. La riforma dovrebbe prevedere anche l’introduzione di un salario minimo legale da contrattare tra le parti sociali. Cig straordinaria e mobilità scompariranno. La cig ordinaria continuerà a operare, ma soltanto per crisi cicliche o temporanee. Nei casi di crisi strutturali o per sostenere il reddito di chi ha perso il lavoro interverrà il reddito minimo di disoccupazione. Su questo fronte, però, si stanno facendo i conti senza l’oste: la riforma costa e le risorse a disposizione sono poche.

Il 2012 inizia in negativo
Servirebbe ben altro per dare sprint alla creazione di posti di lavoro, in una situazione che vede il 2012 iniziare con previsioni negative per l’occupazione e la perdita, solo nei primi tre mesi dell’anno, di 75mila occupati come saldo di 152mila nuovi posti e di 227mila espulsi dalle aziende. Il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e il ministero del Lavoro fanno qualche conto e scoprono che sono soprattutto le piccole imprese, il Mezzogiorno e i contratti a termine a soffrire. Le difficoltà, dunque, si innestano su situazioni già di estrema debolezza che rischiano di entrare in crisi proprio a causa delle ulteriori difficoltà in arrivo sul fronte della crescita. «L’economia dell’area euro – fa rlevare la Bce nel consueto Bollettino mensile –  sta dando segnali di stabilizzazione su un basso livello di attività, ma ci sono rischi di peggioramento». Le banche vengono pertanto richiamate «ad aumentare il capitale senza bloccare il credito». Sull’occupazione l’istituto di Francoforte evidenza che «le condizioni nei mercati del lavoro dell’area euro si stanno deteriorando. La crescita dell’occupazione è diventata negativa».

Sos recessione
Il Fondo monetario internazionale, nell’ultimo update al World economic Outlook che sarà presentato martedì prossimo, individua per il prossimo biennio un’evoluzione in profondo rosso per l’economia italiana con sullo sfondo una ripresa globale in stallo, frenata soprattutto dalla crisi di Eurolandia che ci si aspetta finirà il 2012 con una lieve recessione. Tutto questo come risultato del rialzo dei rendimenti dei titoli di stato, della diminuzione del credito bancario all’economia reale e dell’impatto delle nuove misure di consolidamento fiscale. I numeri parlano chiaro. La crescita mondiale sarà di appena il 3,3 per cento quest’anno e del 4 il prossimo, con una revisione al ribasso, rispettivamente, di 0,7 e 0,5 punti percentuali. Per tutta l’area della moneta unica, invece, è atteso un calo del Pil pari allo 0,5 per cento nel 2012, con una revisione al ribasso di 1,6 punti percentuali. La crescita tornerà invece nel 2013, ma sarà di appena lo 0,8 per cento. Ben peggiore, però, sarà la situazione italiana. Per quest’anno la contrazione del Pil supererà addirittura il 2 per cento attestandosi al 2,2, con un taglio di ben 2 punti e mezzo rispetto alle stime di settembre scorso. E il segno più non riuscirà a tornare nemmeno nel 2013, quando il Pil subirà un calo dello 0,3 per cento.