Lavoro: la Fornero copre le carte e perde il jolly

La buttano là, per vedere cosa succede, se si scatena il finimondo o se le proteste sono sfoghi destinati a esaurirsi nel giro di qualche giorno. Poi agiscono di conseguenza, confermando o negando a seconda di quel che conviene. È la tattica dei “tecnici” al governo, una tattica già usata parecchie volte e che torna a maggior ragione adesso che si tocca il delicato tema del lavoro e degli ammortizzatori sociali. L’incontro di lunedì con i sindacati ne è una riprova, con il governo che ha dato ancora una volta l’impressione di volersi esercitare nel gioco delle tre carte. Ha detto, non ha detto, ha ritirato quello che ha detto, è ripartito all’attacco con dichiarazioni alla stampa e, infine, ha dato il via ai fatti concreti, tra sottintesi e frasi aleatorie. Il meccanismo è ormai collaudato: lo si è messo a punto con le pensioni, ha fatto il rodaggio con le liberalizzazioni, si sta perfezionando con la materia connessa al mercato del lavoro. Con una differenza: il gioco è abbastanza scoperto, difficile prendere qualcuno in contropiede.

Una strategia a rischio
Non a caso Luigi Angeletti, segretario generale della Uil, ha parlato di metodo «veramente pericoloso» rivendicando  «un confronto sostanziale» che, a sentire lui e i suoi colleghi, Monti e la Fornero non avrebbero ancora concretamente messo in moto. Le parti sociali verrebbero trattate come scolaretti a cui si dà il titolo del tema, fanno il lavoro a casa, e poi c’è la professoressa (la Fornero) che corregge gli errori. Un percorso, questo, ha detto Angeletti, che «non porta da nessuna parte». Quindi, visto che anche in materia di lavoro la storia di sta praticamente ripetendo, ci sono tutte le premmesse perché il treno deragli prima di entrare in stazione. E, infatti, il ministro del Welfare ha prima affermato che l’articolo 18 non è un tabù per poi fare marcia indietro. Adesso è Monti ad usare le stessa parole. farà retromarcia anche lui?

Falsa partenza
Il confronto si sarebbe dovuto sviluppare su cinque linee guida: tipologie contrattuali; formazione e apprendistato; flessibilità; ammortizzatori sociali e servizi per l’impiego. Il tutto è contenuto in un documento che il ministro del Welfare ha letto a sindacati e imprese, ma che, anche se sollecitato, ha rifiutato di consegnare alle parti. Dovrà lavorarci ancora sopra, quindi tutto è rimandato di una settimana. La Camusso, comunque, ha parlato senza peli sulla lingua: «Non sono linee guida su cui si svilupperà il confronto». Porta in faccia, poi, alle modifiche alla cassa integrazione. La stretta, che lascerebbe in campo solo la cig ordinaria e i sussidi di disoccupazione con indennità risarcitorie nei casi di licenziamento, non piace alle organizzazioni sindacali e non entusiasma neppure la Confindustria.

Il piede sul pedale del freno
Così il ministro Fornero ha deciso di frenare. Parlarne «è prematuro –  ha detto – un discorso di gradualità  può essere un’ipotesi che facilita il dialogo». Ma come, tante polemiche per una cosa che non è all’ordine del giorno? Se n’è parlato o no nell’incontro di Palazzo Chigi? «Se n’è parlato sì – ha rivelato Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl – il ministro del Welfare intende trasformarla, anche se non da subito. Vedremo cosa ci sarà scritto nel documento che dovrebbe esserci inviato lunedì prossimo e su cui poi sarà attivato il confronto vero».

Più uragano che riforma
Il leader dell’Ugl, comunque, non si è fatto ripetere l’invito a fare qualche considerazione sui contenuti del documento che il ministro Elsa Fornero ha letto a sindacati e imprenditori nell’incontro di lunedì. «L’insieme delle misure che il governo vorrebbe introdurre in Italia – ha affermato – sono più un uragano che una riforma». La prova? È presto detto: «Dalla flessibilità in entrata e in uscita agli ammortizzatori sociali l’esecutivo sembrerebbe voler sconvolgere l’intero settore. Come se non fosse ancora in corso una gravissima crisi economica che spinge le aziende ricorrere massicciamente alla cassa integrazione straordinaria e in deroga e che quindi chiama tutti noi ancora una volta a evitare copiose emorragie di posti di lavoro». Un ragionamento lapalissiano se si considera che il governo Berlusconi, all’inizio della crisi, diede fondo alle risorse economiche disponibili per finanziare proprio gli ammortizzatori, ridurre le ricadute negative su chi perdeva il lavoro e garantire la pace sociale.

Manca il paracadute
Di nuova occupazione, tra l’altro, per il momento non si vede neppure l’ombra e – ha sottolineato  Centrella – «il governo dichiara di non avere risorse per finanziare a breve i nuovi “paracadute” ammesso e non concesso che quanto si tenta di mettere a punto sia, alla prova dei fatti, realmente efficace». Una situazione esplosiva, soprattutto se si considera che, nello stesso tempo, si punta a «flessibilizzare e pracarizzare» ulteriormente il mercato del lavoro. «Comprendiamo  – conclude il sindacalista dell’Ugl –  che l’Europa ci impone dei costi per recuparere i ritardi accumulati, ma per noi un limite c’è ancora» ed è auspicabile che non venga in nessun caso superato.
Un limite che è imposto dalla necessità di non mettere il carico da undici a danno dei deboli proprio mentre i numeri ci dicono che in questo Paese le disuguaglianze invece di diminuire tendono ad aumentare. Lo certifica l’Ocse che fornisce cifre da cui emerge che nel 2008 il reddito medio del 10% più ricco degli italiani era di 49.300 euro l’anno, dieci volte superiore al reddito medio del 10% più povero (4.877 euro), con un aumento delle disuguaglianze rispetto al rapporto di 8 a 1 della metà degli anni Ottanta. Con questa sperequazione sono le politiche sociali a fare la differenza e il governo dovrebbe pensarci bene prima di sconvolgerle. Perché, come ha sottolineato Centrella, «dietro i numeri ci sono persone in carne e ossa, non si può giocare con la pelle della gente».