La sinistra trova un’identità: “Siamo capitalcomunisti”

Il capitalismo è in coma e la sinistra non si sente tanto bene. Ed è forse per questo che cerca di rianimarlo. Al diavolo le lotte operaie contro il padrone, le lezioni di Marx, i metalmeccanici alla Cipputi. Al diavolo anche «la falce e martello non più nel simbolo, ma nei nostri cuori», meglio non parlarne proprio. Siamo nel 2012 e il sistema tanto contestato, in fondo è bello. Contrordine compagni, si cambia. Ora piacciono gli industriali, si corteggia Montezemolo, si va a braccetto con la Marcegaglia. E chissenefrega se qualche nostalgico dei tempi andati si adombra. Basta leggere l’intervista rilasciata da Giuliano Amato all’Unità per avere la conferma autorevole di tutto questo. Già il titolo è eloquente: «Capitalismo in crisi, dovranno salvarlo le sinistre europee». E scorrendo il testo è possibile cogliere alcune perle: più o meno ogni decennio questo modo di concepire l’economia e la società esce dalla carreggiata «e servono correttivi» che il Professore sembra volersi candidare a dare (assieme al mondo politico di cui ha tutta l’aria di farsi portavoce). E pensare che fino a qualche settimana fa si discuteva di lui come tecnico da chiamare per formare il nuovo governo al momento delle dimissioni di Berlusconi.

Da Marx alla City
Oggi Amato, ma qualche anno fa anche qualche rampollo del Pci, non arrossivano più di tanto nel mostrarsi “amici” dei “nemici” di una volta. Chi non ricorda la visita di Massimo D’Alema alla City di Londra per accreditarsi con quel mondo da cui per decenni aveva fatto di tutto per distinguersi? Si può dire che oggi si va realizzando a livello economico quello che qualche decennio fa Enrico Berlinguer teorizzò a livello politico con il compromesso storico. La differenza è che allora l’incontro con la Dc degli Andreotti, dei Forlani e dei Donat Cattin fu in qualche modo episodica, si trattò di un esperimento che si esaurì nello spazio di una stagione. Oggi con il capitale e con il liberismo l’amore è certamente più duraturo. Intanto perché gli orfani di Marx hanno trovato una nuova casa: il capitalcomunismo. Berlinguer aveva scelto i cattolici per dialogare, Bersani e compagni si sono fermati al denaro e al padronato. E in questa posizione stanno esercitando per il taglio delle pensioni, operato a più riprese da una ventina d’anni a questa parte i vari governi che si sono succeduti in questo Paese (anche se tecnici) hanno sempre potuto contare sul voto favorevole di Pds, Ds e poi Pd. Ha iniziato Giuliano Amato, rimasto famoso per aver messo le mani sui conti correnti degli italiani, poi è arrivato Lamberto Dini e, infine, siamo approdati all’esecutivo Monti. Il risultato è stato che in poco meno di venti anni siamo passati dal retributivo al contributivo, con trattamenti pensionistici che sono passati dall’80 per cento dell’ultima retribuzione a circa la metà quando il sistema andrà a regime. Considerando che la sinistra ha sempre avuto come tema conduttore la difesa del lavoro e degli ammortizzatori sociali e che ogni giorno si riempie la bocca di equità e di giustizia sociale non c’è davvero male. Anche perché di pari passo con una previdenza sempre più povera si è andato sviluppando un fisco sempre più famelico che sottrae oggi a chi lavora circa la metà della busta paga.

Lavoro cercasi disperatamente
Dalle pensioni alle buste paga. La strana alleanza tra capitale e sinistre si appresta a dare corpo anche alla riforma del mercato del lavoro che quando fu tentata dal governo di centrodestra fu causa di una mobilitazione della Cgil che portò in piazza tre milioni di persone. E poi ad affrontare la questione fiscale. Il copione si ripete, sulla previdenza i governi tecnici sono riusciti a portare a casa una riforma più dura di quella che Berlusconi tentò fin dal 1994 e che gli costò le dimissioni, sul lavoro l’esecutivo Monti e il ministro Elsa Fornero si preparano a fare altrettanto. Pier Luigi Bersani li sprona ad andare avanti ma, intanto, fin dalla costituzione dei tavoli hanno già diviso le forze sindacali e hanno fatto sapere che ascolteranno tutti ma alla fine decideranno per proprio conto. Se queste dichiarazioni fossero venute a suo tempo da Berlusconi non si sarebbe beccato meno di uno sciopero generale. Oggi, invece, il Pd e la Camusso si limitano a reggere il sacco. Qualcuno arriva a fare la voce grossa sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ben sapendo che si tratta di un falso problema, ma non va un millimetro più in là. Infatti la Fornero non ha difficoltà a rassicurare tutti su questo fronte e va avanti con le consultazioni separate che la Cgil aveva detto di non volere. Se alla fine la riforma (necessari s’intende) arriverà, relegando in soffitta oltre quarant’anni di contrapposizione ideologica e di politiche della conservazione su cui Bersani e i suoi predecessori hanno vissuto e prosperato, c’è da scommettere che non succederà nulla. Non si mobiliteranno i lavoratori, come non si sono mobilitati i pensionati. Marx è stato “rivoluzionato” anche nelle sue formule più note: il vero oppio dei popoli è la sinistra, non la religione.

Precedenti scomodi
Si può dire che la deregulation va avanti con le gambe del Pd. E non c’è da stupirsi. Già in passato le proposte in questo campo sono venute quasi sempre da governi di centrosinistra. Chi non ricorda le posizioni di ieri di Tiziano Treu e quelle di oggi di Pietro Ichino, passando per i governi di Romano Prodi e di Massimo D’Alema. I contratti a termine, il precariato e tutto il resto hanno prosperato senza problemi anche quando introdotti da governi di centrodestra avevano, per opportunità politica, suscitato le ire dell’intera sinistra italiana. Oggi, con il governo Monti, si può dire che la strategia portata avanti nell’ultimo quarantennio è stata portata alle estreme conseguenze. Non solo si realizzano con i voti della sinistra le riforme care al liberismo, ma lo si fa in alleanza con il mondo della grande finanza e delle banche che si è fatto garante delle riforme nei confronti dell’Europa e del direttorio Merkel-Sarkozy che chiedono all’Italia di tirare la cinghia e di dimagrire e trovano orecchie attente nel governo dei tecnici. L’alleanza è più salda che mai. Del resto non è un caso se Berlusconi, dopo aver resistito a tutte le imboscate che il centrosinistra gli ha preparato in Parlamento, è stato messo in difficoltà dalla campagna che le lobby, il capitale e la grande stampa hanno messo in atto facendo paventare addirittura la fine dell’euro per colpa dell’Italia. Il Cavaliere ha dovuto lasciare il campo e la sinistra ha celebrato con il suo successo quello del capitalcomunismo.