Il tour europeo di Monti ha lo slogan: “ghe pensi mi”

Domani a Parigi, l’11 gennaio a Berlino e il 18 a Londra. Mario Monti inaugura il suo tour ufficiale nelle capitali europee in vista dei prossimi appuntamenti internazionali e della firma del Trattato. Si comincia con Nicolas Sarkozy (proprio nel giorno in cui “monsieur le president” inaugura la campagna per le presidenziali di aprile nel segno di Giovanna d’Arco), che il premier incontrerà a margine del convegno “Quale posto per l’Europa nel nuovo equilibrio internazionale” organizzato dal ministero dell’Industria transalpino. «L’Europa non deve più aver paura dell’Italia», sentenzia il premier in una lunga intervista a Le Figaro per coccolare i riottosi cugini d’Oltralpe e prendere le distanze dal pericoloso predecessore, «il governo precedente non ha voluto ammettere la grave insufficienza della crescita e ha tralasciato le politiche di liberalizzazione che avrebbero rimediato a questa carenza».
Deciso a vendere cara la pelle, dice la stampa indipendente particolarmente affettuosa con l’europrofessore chiamato dal Colle a sostituire Berlusconi, smania per battezzare la “fase due” del governo, dopo aver rassicurato il direttorio franco-tedesco che l’Italia avrebbe fatto diligentemente i compitini a casa per uscire dalla crisi.
L’11 gennaio, invece, incontrerà Angela Merkel per mettere a punto le prossime mosse, «i colloqui saranno su temi bilaterali internazionali, sulla situazione nell’Eurozona e sugli sviluppi della situazione economica in Europa», fa sapere il portavoce del governo tedesco. È la prima visita diplomatica del premier italiano in Germania, dove sbarcherà alle 11,30 e, come vuole il protocollo, sarà accolto con gli onori militari. «Monti terrà un pranzo di lavoro con la cancelliera – si legge nella nota –  e per le 13 è prevista una conferenza stampa congiunta». Un primo passo obbligato per dimostrare che l’Italia non è più quella inaffidabile guidata dal leader del Pdl.
Vale la pena ricordare l’inchiesta del Wall Street Journal sul caso Napolitano-Merkel, che ha individuato nella ruvida lady di ferro la mandante della sostituzione di Silvio Berlusconi alla guida del governo italiano. Notizie e argomentazioni dettagliate che coinvolgono, da agosto 2011, protagonisti assoluti della crisi: il capo dello Stato Giorgio Napolitano, il presidente della Bce Mario Draghi (allora governatore di Bankitalia), la Merkel e alcuni dei principali banchieri italiani.
La ricostruzione parte dal costante monitoraggio della situazione finanziaria internazionale da parte di via Nazionale, passa per le mosse segrete della diplomazia tedesca e si conclude ai primi di novembre con l’avvento dell’esecutivo Monti. Poi il sospetto che l’aiutino tedesco per affondare Berlusconi non fosse gratuito. Ai primi di agosto anche in Banca d’Italia comincia a farsi strada il dubbio che dietro la politica rigorista portata avanti dalla Germania “potesse” esserci la malcelata volontà di avvantaggiare le imprese tedesche a danno di quelle italiane.
I bene informati sostengono che ora l’inquilino di Palazzo Chigi starebbe lavorando a un “patto per la crescita” con Sarkozy e Cameron per ricondurre Berlino a più miti consigli. Impresa difficile, anche per il pressing della sinistra italiana per scaricare il presidente francese al suo destino. Ma “super Mario” è entrato nella parte del salvatore della patria e non vuole sentire ragioni, con la benedizione quotidiana del Colle, sogna di veleggiare fino alla scadenza naturale della legislatura e di intestarsi la battaglia contro la recessione mondiale («l’Europa non può servire solo per la disciplina monetaria ma per anche per studiare misure idonee a rafforzare il mercato interno e la concorrenza»). «Mi hanno  chiamato per questo, ci penso io», ripete a ogni occasione, per uscire dalla palude della crisi economico-finanziaria che afflige Europa e Usa. Si sente ogni giorno di più l’uomo della provvidenza che finalmente metterà al primo posto la Repubblica. “Chiamato per questo”? Ma da chi? Certo non eletto dai cittadini, né scelto dalle coalizioni politiche che lo hanno subìto: la sinistra per disarcionare Berlusconi e prendere tempo, il Pdl, che sulle prime avrebbe preferito le urne, per non passare alla storia come il colpevole dell’imminente default. Ricordate? Berlusconi stacchi la spina e lo spread toccherà la soglia minima, gli speculatori resteranno disoccupati e l’Italia tornerà a sedersi con pari dignità al tavolo delle grandi nazioni.
Peccato che sia  andata diversamente, ieri è stato un giorno da incubo per le borse (Piazza Affari ha chiuso in rosso, male anche le altre piazze europee: a Parigi il Cac 40 perde l’1,59% a 3.193 punti, mentre a Londra l’indice principale cede lo 0,55% a 5.668. In calo anche per Francoforte). Peccato che l’ex commissario europeo dovrebbe rispettare i paletti che gli hanno assicurato la fiducia del centrodestra. Niente grilli per la testa, niente sconfinamenti: riforme elettorali e costituzionali spettano al Parlamento, la mission di Monti (e il Pdl farebbe meglio a ricordarglielo più spesso) è limitata alle misure anticrisi.
«L’Europa è sull’orlo della recessione», ha dichiarato proprio ieri Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo, «l’Europa deve agire in modo adeguato al rallentamento economico, la zona dell’euro è sull’orlo di una recessione la cui ampiezza potenziale resta sconosciuta e deve essere ancora monitorata». La Grecia – aggiunge – «non sta considerando il ritorno alla dracma, la situazione è difficile, ma affrontabile».
Da Atene, però, arrivano pessime notizie. «Sono necessarie altre misure di austerità, fra cui ulteriori tagli a stipendi, per far ripartire l’economia ellenica e assicurare la permanenza del Paese nell’euro», ha detto ieri il premier Lucas Papademos durante un incontro con i leader della Confindustria e dei sindacati greci. Il primo ministro ellenico ha sottolineato senza tanti giri di parole che «bisogna accettare ulteriori tagli ai nostri stipendi nel breve termine in modo da ritornare competitivi e creare le condizioni per rilanciare l’occupazione e l’economia. È necessario accettare sacrifici limitati per evitare la catastrofe». Ma forse non sa che a Roma c’è Mario Monti che lavora per tutti.