Il Taxi driver all’americana? Per cinema e televisione non è un modello da imitare

«I newyorchesi sono diventati più gentili l’uno con l’altro. Oggi ho visto un tassista che aiutava una vecchietta a uscire dal suo taxi. Ha persino rallentato». La battuta di David Letterman (il comico e presentatore americano che Fabio Fazio cerca invano di imitare) rende l’idea della reputazione dei tassisti della Grande Mela. «Ho incontrato solo indiani o pakistani, parlano in continuazione al cellulare e ti obbligano a lasciare loro la mancia», testimonia Isabella Pulcinelli, avvocato italiano che vive a New York da pochi mesi e ha ancora fresca memoria della differenza tra i tassisti romani e quelli americani. «La differenza fondamentale sta solo nel prezzo. Molto più economici, anche perché un abbonamento mensile alla metropolitana costa 104 euro, davanti ai dodici dollari di un viaggio in taxi per una corsa notturna di sei chilometri, la convenienza è notevole».
Come sarà l’Italia con i taxi liberalizzati? Se assomiglia a quella delle grandi capitali scordatevi il guidatore autoctono: «Quasi impossibile incontrare il classico wasp, bianco anglosassone protestante», racconta l’avvocato Pulcinelli.

Il divieto di guidare in slip
Conseguenze di una liberalizzazione selvaggia che, come riportato dal New York Times, ha costretto la compagnia di taxi newyorchese a raccomandare un “dress code” adeguato. Immaginate un conducente che nella calura di agosto si presenti alla guida a torso nudo, con indosso solo un paio di slip. È quello che deve essere accaduto a qualche passeggero visto che è stata inserita un’apposita raccomandazione che prevede di «usare abiti consoni» e di «non guidare in costume da bagno». Postilla pubblicata a pagina 23 del prontuario del manuale che l’apposita commissione comunale competente ha distribuito nel novembre scorso ai conducenti di «taxi e limousines». Un’autoregolamentazione introdotta nel 1996 per far fronte alle tante proteste di turisti e cittadini, imbarazzati da abbigliamenti più da spiaggia che da conducente di un servizio pubblico. Tuttavia, come ha entusiasticamente commentato lo stesso Nyt, ha comportato «solo 42 violazioni al “dress code”» negli ultimi tre anni. Tutto nel nome del prezzo popolare. Per capire la considerazione di cui gode la categoria nelle grandi città americane basta dare un’occhiata alle pellicole provenienti dagli Stati Uniti. Non c’è solo lo stracitato e ormai datato Taxi Driver interpretato da Robert De Niro. Sono numerose le commedie e le sit com a stelle e strisce che ironizzano sulla scarsa cortesia, sulla pessima conoscenza delle strade e (addirittura) sulla scarsa conoscenza della lingua inglese da parte dei conducenti, visti spesso come improvvisati dilettanti al volante. Per non parlare delle ironie sulla guida spericolata del tassista newyorchese. Ci sono intere generazioni di comici americani che, sui taxi driver hanno costruito monologhi e sketch. Da Andy Kaufman a Woody Allen per tornare allo stesso David Letterman. A proposito della altissima percentuale di conducenti provenienti da nazioni islamiche ha ironizzato così: «Sapete perché sono aumentate le tariffe dei cab a Manhattan? Perché è aumentata pure la quota di iscrizione ad Al Qaeda».
Per capire poi quanto sia amata la figura professionale basta andare su Facebook e curiosare tra gruppi come “Hate New York City Cabs!”, dove i malcapitati cittadini raccontano le loro disavventure sulle macchine gialle della Grande Mela.   

La controriforma inglese
Le cose non vanno meglio a Londra. A proposito di liberalizzazioni, il predecessore del sindaco Boris Johnson, Ken “il rosso” Livingstone, fu costretto a far fronte alle proteste sullo scadimento della qualità delle corse dei minicab (quelli a buon mercato). Con l’introduzione di una serie di licenze (come in Italia) e l’assoluto divieto per i conducenti di raccogliere i viaggiatori per strada, ma solo previo appuntamento telefonico o in apposite zone di sosta. Non fa invece testo la corsa sul classico cab nero, quello più famoso, che costa circa il 40 per cento in più rispetto a una qualsiasi vettura di Roma o di Milano.  Insomma, in controtendenza rispetto alla direzione presa dal nostro governo in queste ore.

Se Hollywood non si fida di loro
L’idea del tassista irresponsabile, vestito in maniera bizzarra e (implicitamente) pericoloso insiste nella fantasia collettiva se autori di cinema e di televisione, sia a Hollywood che nel Regno Unito, hanno dedicato loro personaggi tutt’altro che tranquillizzanti. Il più celebre è il serial killer omicida del film Il collezionista di ossa con Denzel Washington, tratto da un romanzo di Jefferey Deaver. In tempi recenti, due serie televisive rigorosamente british hanno avuto la stessa idea. La prima puntata di Sherlock, che immagina uno Sherlock Holmes ambientato ai giorni nostri, che si aiuta nelle indagini con l’I-phone e i computer, vede come principale antagonista un tassista omicida. Una prova non fa un indizio, ma fa pensare che anche la serie Luther, prodotta dalla Bbc, pur avendo un investigatore nero che per stile e modi investigativi è agli antipodi del personaggio creato da Conan Doyle, in una delle sue quattro puntate vede come serial killer psicopatico indovinate un po’ chi? Un conducente di taxi. Segno di scarsa fantasia degli sceneggiatori inglesi? Forse. O forse è la materializzazione di un’insicurezza di fondo nei confronti di una categoria che, sulla spinta delle continue deregulation del passato, è diventata sempre meno affidabile nell’immaginario del pubblico anglosassone.