Il Pdl chiama i partiti: è tempo di dire basta al «nominificio»

Parlare, se ne parla da tempo. Ma ora il dibattito sulla riforma della legge elettorale entra in una nuova fase. «Il Pdl si farà promotore di incontri con le diverse forze politiche e parlamentari per entrare nei contenuti di questo indifferibile impegno», ha spiegato Maurizio Gasparri. Ieri, su iniziativa del segretario Angelino Alfano, il Pdl ha riunito il proprio tavolo sull’argomento, con un dibattito ampiamente partecipato: dal coordinatore Ignazio La Russa ai capigruppo Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto, fino a una foltissima pattuglia di deputati e senatori, tutto lo stato maggiore del partito era presente. Si è parlato di modelli possibili, ma soprattutto di questioni di metodo: la volontà di un confronto senza pregiudizi fra le forze politiche; la necessità che la riforma elettorale proceda in parallelo con le riforme istituzionali.

Pdl pronto a tutto per il dialogo
Il confronto con gli altri partiti, secondo le intenzioni del Pdl, dovrebbe partire già la prossima settimana e fra le proposte c’è anche quella di «una mozione di indirizzo dove non si indica un modello, ma – ha detto Gaetano Quagliariello – le linee guida da seguire». Quale sia la disponibilità del partito al dialogo lo ha chiarito La Russa. «Siamo pronti a vedere ogni interlocutore, ovunque voglia», ha detto, spiegando che sarebbe pronto anche a un incontro nella sede del Pd. «Da parte nostra – ha sottolineato La Russa – è emersa la volontà di modifica del sistema di rappresentanza. Abbiamo vagliato diverse ipotesi, ma non partiamo da posizioni preconcette».

Sì alla mozione unitaria
A stretto giro sono arrivate le risposte dei partiti e una disponibilità al confronto in cui ha preso piede l’ipotesi della mozione. «È positivo che le riforme e la legge elettorale siano tornate al centro del dibattito», ha commentato Vannino Chiti del Pd, dicendosi d’accordo con Quagliariello «che una volta definite, attraverso una mozione, le linee guida che diano una cornice d’insieme, né il Senato né la Camera possono essere relegati nel ruolo di “bella spettatrice”». Chiti, quindi, ha rilanciato la proposta che prevede un sistema misto uninominale-proporzionale. Anche per Italo Bocchino una mozione unitaria in Parlamento «sarebbe un segnale forte agli italiani», ma nel merito il vicepresidente di Fli ritiene che «ci sono due problemi prioritari da risolvere: il premio di maggioranza, e le preferenze». E sul tema è intervenuto anche Gianfranco Fini con un twit sulla necessità di restituire agli elettori la scelta dei candidati. Per Felice Belisario dell’Idv, invece, non si può «prescindere dalle ragioni del referendum».

Molto più di una scheda
Ognuno dunque ha in testa il proprio modello di legge elettorale e anche all’interno degli stessi partiti vi sono visioni differenti. È più di un tecnicismo: il dibattito sulla legge elettorale, tanto più se legato alle riforme istituzionali, è un dibattito sul tipo di rappresentanza che si vuole costruire. È, in sostanza, un dibattito sulla forma Paese. Nelle loro riflessioni i partiti dimostrano di averlo chiaro, e questo è un altro tratto che li accomuna. Nella proposta del Pd firmata da Gianclaudio Bressa, per esempio, si legge che in «un buon sistema elettorale» l’elettore deve poter scegliere «un programma, una coalizione e un candidato premier». «In quest’ordine», è specificato nel testo, che valorizza il ruolo dei partiti contro il leaderismo e che parla della necessità di «proteggere la stabilità della triade programma-coalizione-premier di indicazione popolare». È una di quelle visioni che riconoscono una specifica criticità italiana: la stabilità del quadro politico.

La via italiana alle urne
Non di rado però si sente parlare di modello tedesco, spagnolo o francese. Anche ieri e dallo stesso Pd c’è stato chi, come Stefano Ceccanti, ha rivolto lo sguardo all’estero, proponendo «una combinazione del sistema spagnolo e tedesco». È una questione di cui si è parlato anche al tavolo del Pdl, dove in particolare Marcello De Angelis ha fatto notare che «i modelli elettorali sono un vestito dell’architettura istituzionale prodotta dall’evoluzione storica dei singoli Paesi». Spostare su quel piano il dibattito, quindi, significa perdere di vista gli obiettivi e le necessità italiane. Una su tutte, anche per il Pdl, è la possibilità per i governi di avere una durata certa. Concorda Domenico Nania: «Non è possibile trasportare modelli esteri in Italia». «Noi – ha sottolineato – non siamo i tedeschi, perché in Germania un decennio fa una coalizione ha retto per un’intera legislatura con un solo voto di scarto, e non siamo la Spagna, dove la legge elettorale è stata realizzata in un momento di trasformazione politica e istituzionale con due grandi forze, una delle quali è di socialdemocratici come in Italia non ce ne sono». Dunque, va seguita la via italiana al voto e, secondo il senatore del Pdl, questa via deve essere finalizzata a consentire all’elettore «di scegliere con un solo voto chi lo governerà, quindi il premier, e chi lo rappresenterà, quindi deputati e senatori. Senza premi occulti e senza trucchi o trucchetti».

L’elettore al centro del voto

«Nelle democrazie avanzate – ha aggiunto Nania – al centro c’è l’elettore. Nella democrazia all’italiana a cui alcuni ci vorrebbero riportare a scegliere è l’eletto: l’elettore apparentemente esercita la sovranità, ma sostanzialmente la trasferisce perché dà la delega per la scelta di chi governa a senatori e deputati». All’obiezione che questo è ancora ciò che è scritto nella Costituzione, Nania risponde ricordando che la scheda con su impresso il nome del candidato premier ha materialmente modificato la Costituzione e che questo va tenuto presente anche alla luce del fatto che per le riforme costituzionali potrebbe non esserci il tempo. Quindi, cosa fare? Per il senatore del Pdl potrebbero bastare delle modifiche alla legge attuale, che «va bene per scegliere chi governa, ma è la più incostituzionale per la scelta dei rappresentanti». «Allora – è la proposta di Nania – correggiamola con degli emendamenti, consentendo all’elettore di scegliere anche deputati e senatori, oppure introducendo le primarie per legge».

Smantellare il «nominificio»

Lo smantellamento del «nominificio» come lo ha chiamato il senatore Andrea Augello è per il Pdl in cima agli interventi da compiere. Anzi, è ciò da cui non si può prescindere. Per questo, anche nell’ipotesi che non si riuscisse a trovare un accordo tra i partiti, le primarie per legge andrebbero introdotte comunque. Esiste già una proposta, che fu elaborata proprio da Augello ormai quasi un anno fa. «La reintroduzione delle preferenze, ovvero l’istituzione delle elezioni primarie per legge» è anche per Fabio Rampelli la soluzione al vuoto di rappresentanza che si è creato con le liste bloccate. Ma il deputato ha voluto anche rivolgere un appello al suo stesso partito: «Accetti di iniziare le riforme dalla legge elettorale, per non offrire alibi a nessuno e non sentir dire che intendiamo subordinare la modifica del Porcellum alla riforma istituzionale perché vogliamo continuare a nominare i parlamentari. Il Pdl stani gli altri partiti che agitano l’attuale legge elettorale come una mostruosità ma, sotto sotto, la difendono».