Il giallo del cessate il fuoco tra Karen e giunta birmana

Mae-sot (confine birmano) «Aung San Suu Kyi ha cambiato la sua strategia. Ora siamo stati costretti a cambiare la nostra». Il mio interlocutore è un pezzo grosso dell’Unione nazionale Karen (Knu), in costante contatto con la delegazione che proprio qualche ora fa avrebbe firmato un accordo di cessate il fuoco con i rappresentanti del governo birmano, in quello che è il primo round di una trattativa di pace che si preannuncia molto complicata. È teso: da qualche ora è iniziata una partita a poker contro una squadra di bari di professione, di quelli che nei saloon del lontano West si sarebbero presi una pallottola sparata dall’eroe buono, dal cavaliere pallido, dal pistolero solitario.
Ma in Birmania non funziona così. Per più di sessant’anni la giunta militare ha giocato sporco, ha barato e ha sempre vinto. «Non so se questa volta possiamo aspettarci qualche cosa di duraturo e onesto, ma di certo – dice il rappresentante Karen – non potevamo rifiutarci di aprire una trattativa, visto che Aung San Suu Kyi ha scelto di partecipare attivamente alla vita politica della Birmania».
Il prossimo aprile “Lady Democrazia”, già Premio Nobel per la Pace, correrà per un seggio nel parlamento birmano. Si tratta di elezioni suppletive che assegneranno 48 posti liberati da altrettanti nuovi ministri nominati dal governo. La notizia della discesa in gara di Aung San Suu Kyi è stata accolta con scene di gioia da parte dei sostenitori e degli attivisti della National League for Democracy, il suo partito, che si presenterà probabilmente in tutti e 48 i collegi. La comunità internazionale sta già parlando di “nuovo corso” per la Birmania, ma non tutti si uniscono al facile entusiasmo. Una grossa parte dell’Unione nazionale Karen ad esempio ritiene che la firma del “cessate il fuoco” sia prematura, e che sia stata “imposta” proprio dal cambiamento di rotta della paladina della democrazia. «Se avessimo respinto l’invito del governo saremmo stati accusati di non volere la pace, quando invece – prosegue il mio interlocutore – da molti anni chiediamo di trattare con Rangoon. Il problema è che le basi di questo negoziato sono molto deboli». Manca, infatti, una condizione essenziale: il ritiro delle truppe birmane dai territori delle etnie, o nazionalità. Nello stato Kachin, ad esempio, infuriano i combattimenti poiché le forze armate birmane hanno totalmente ignorato l’“ordine” del nuovo presidente del Myanmar, Thein Sein, generale della giunta militare fino a pochi mesi fa, di cessare le operazioni militari nei territori delle minoranze. «Di fatto c’è una perfetta intesa tra potere civile e potere militare», ci dice il colonnello Nerdah Mya dell’Esercito di Liberazione Karen, in una base delle forze speciali all’interno del territorio birmano. «I politici birmani – prosegue – incassano la fiducia della comunità internazionale parlando di democrazia e intanto strizzano l’occhio al loro esercito, perché annienti la resistenza armata. Noi abbiamo ricevuto l’ordine di non attaccare i birmani dal momento che è in corso un negoziato, e questo è giusto. Però i birmani utilizzano questa situazione per rifornire le loro postazioni e per riposizionare indisturbati le loro truppe in punti strategici. È evidente – sottolinea il colonnello – che a trarre vantaggio da tutto questo è ancora una volta il potere centrale». Mentre i volontari Karen restano in stato di allerta, pronti ad affrontare nuovi combattimenti in caso di rottura della trattativa, mentre i Kachin fuggono a decine di migliaia dalla loro terra incalzati dalle truppe birmane (che contano circa 2mila caduti dallo scorso novembre), grandi aziende internazionali fanno a gara per mettere un piede nella “nuova Birmania”, quella in cui Aung San Suu Kyi siederà addirittura al Parlamento, quella in cui si potranno fare affari senza incorrere in sanzioni. Tedeschi, Sud Coreani, Thailandesi e Olandesi sono in prima fila. Analisti economici prevedono a breve l’arrivo di colossi quali la Pepsi Cola e la Nike. Il ministro giapponese dell’Economia e Industria, Yukio Edano è da ieri nella capitale birmana con una delegazione di rappresentanti di diverse compagnie (tra cui Hitachi, Toshiba e JX Nippon Oil) per una serie di incontri con il suo omologo birmano. Meno ufficiali invece altre presenze, come quella di due aziende, una cinese e una israeliana, che secondo fonti dell’Unione Nazionale Karen starebbero iniziando a estrarre petrolio nella provincia di Myawaddy, nel Karen State, senza chiedere alcuna autorizzazione ai rappresentanti del movimento di resistenza.
A ridimensionare la portata della notizia del presunto accordo già diffusa dai principali canali di informazione del mondo è arrivata nella serata di ieri la dichiarazione del Vice Presidente della Knu David Thackarbaw, che rappresenta l’ala più dura e meno incline al compromesso con i birmani: «Smentisco sia stato firmato alcun cessate il fuoco. La delegazione non ha alcun potere di ratifica, il quale spetta al Comitato Centrale. Lo stesso vale per il rappresentante birmano: il ministro delle Ferrovie non è il presidente, la sua firma non conta. E finge di non saperlo per ingannare i media internazionali». Subito dopo incontrato Thackarbaw di persona. «Anche si dovesse in futuro decidere per un cessate il fuoco, questo – ha detto – dovrà essere considerato soltanto il primo passo di una trattativa ben più articolata. Non vogliamo vedere la nostra terra svenduta alle compagnie multinazionali, agli uomini d’affari di tutto il mondo in cambio di qualche beneficio economico. Noi non abbiamo lottato fin qui per del denaro. La nostra gente ha resistito ed è morta per avere una nazione che si chiama Kawthoolei. Questo – ha concluso – lo ricordino i generali birmani, il nuovo governo e anche Aung San Suu Kyi». 

* Comunità Solidarista Popoli Onlus