Giovanni Blini e la generazione «che ha vinto»

Magia del fare, magia del tempo. Strade che si incrociano, percorsi che si intersecano e si divaricano per incontrarsi di nuovo. È la storia della Comunità giovanile di Busto Arsizio, fondata nell’89 da un ragazzo testardo: Giovanni Blini. Scomparso a 24 anni in un incidente automobilistico al ritorno della festa del Fronte della Gioventù di Siracusa, sulla strada che lo avrebbe dovuto riportare tra le nebbie del varesotto. Una storia che diventa un libro attraverso le testimonianze di chi lo ha partorito, conosciuto, amato o solamente sfiorato. Giovanni Blini. Una vita, una storia, un bene comune (edizioni il Cerchio). Un’opera essenziale e densa, come i ricordi della  famiglia che occupano la prima parte del libro. Pennellate suggerite ai genitori e alla sorella Elerna dal parroco di Lonate Pozzolo per cercare nel dolore di puntualizzare “quello che vi riempie il cuore”. Ricordi che vanno dai primi passi di un bimbo biondo che non mangia, passando per le miniolimpiadi, le performance sportive nel tennistavolo, l’impegno politico e sociale al liceo scientifico, la militanza nel Fronte della Gioventù, la Bocconi (con il proposito presto abbandonato di diventare un manager di una multinazionale), il viaggio in Irlanda con la sua macchina sgangherata insieme al Checco, Luka e Lele fino al sogno della Comunità giovanile e alle baruffe con il papà che lo avrebbe voluto un po’ più tranquillo.

Contro il soffio del Drago
Un libro non conformista, come il sogno di una comunità di giovani accomunati dal desiderio di fare, di uscire dal guscio e sperimentare  un’alternativa alle vasche su e giù per il centro della città, di ogni città. Il desiderio di spegnere il “soffio del Drago”, come i comunitari di Busto amano  rappresentarsi nei documenti e nelle riviste. Quel drago che campeggia nella prima pagina dell’edizione bustese di Morbillo ispirato alla rivista underground che in quei mesi (siamo nell’89) faceva tanto rumore a Roma. Quel Drago da uccidere perché corrode dentro e fuori (è la causa della distruzione delle foreste, della morte dei fiumi e dei laghi, della cementificazione selvaggia, della  fine assurda procurata dalla droga). Eccola, la loro rivoluzione, niente libri rossi, niente carriarmati, la stessa che sognano i ventenni di oggi che non si rassegnano a vivere per accaparrarsi un tozzo di pane, come lo stormo Buonappetito di Jonathan Livingston. Giovanni aveva una sua precisa identità politica e religiosa, si era appassionato alla nuova destra francese, sognava con Tolkien, volava a Roma per conoscere da vicino il laboratorio politico della capitale. E proprio grazie alla sua formazione politica riesce a realizzare l’eresia di fondare un centro giovanile, il primo in Italia, in cui non contassero le famiglie ideologiche ma le persone che avessero voglia di vivere la gioia del dono. Un’eresia che vive nelle pieghe del libro curato da Stefano Gussoni, oggi pilastro della comunità che porta sulle spalle il fardello di un’eredità difficile. Nessuna tentazione di relegare Giovanni a un semplice ricordo nelle testimonianze di Fabio Rampelli, Gloria Sabatini, Luca Pesenti, Silvestro Pascarella, Enrico Salomi, Massimo Crespi, Lele Magni, Umberto Crespi, Davide Brazzelli e Serena Maggioni.

La cultura del “dono”
Pubblicano il libro, lavorano per la Fondazione Blini, un grande progetto che si inauguerà  il prossimo ottobre,  «sempre spinti dalla certezza che ciò che era valido allora lo è ancora oggi». Nel tramonto degli anni ‘80 la politica iniziava a smettere di essere l’ambito privilegiato a cui consegnare la speranza di cambiamento. «Giovanni intercettò anche questo sentimento generazionale perché sapeva che il cambiamento è prima di tutto dell’uomo e dunque è un problema innanzitutto educativo”, scrive Luca Pesenti, amico di Giovanni, uno dei responsabili della comunità giovanile dopo la sua morte, oggi docente di sociologia alla Cattolica di Milano. «Giovanni era per chi lo incontrava una presenza eccezionale, con cui inesorabilmente bisognava fare i conti, se lo incontravi dovevi necessariamente prendere posizione: ma se non stavi con lui, dalla sua parte, non te la sentivi proprio di stargli contro. Lo dovevi evitare…». Pesenti parte dall’eccezionalità del suo incontro con Giovanni collegando i fermenti esistenziali di una giovane destra inquieta alla lettura della politica italiana successiva al crollo del Muro. Parte dalla svolta rappresentata alla Sapienza di Roma dalla lista “Comunità studentesca” che univa per la prima volta i missini di Fare Fronte ai giovani di Comunione e Liberazione e agli ambientalisti non politicizzati. «Quell’esperienza fu per Giovanni, e poi per molti di noi, un punto di riferimento simbolico fondamentale» per sperimentare concretamente la rottura degli schemi destra-sinistra fino ad allora solamente teorizzata.
«Quello che non ti sembra vero – scrive Fabio Rampelli che di Blini è stato un punto di riferimento quasi inconsapevole – è vedere un ragazzetto davanti ai tuoi occhi che ascolta, interrompe di rado, rovista tra i volantini di una vecchia sezione del Msi. Ti fa qualche domanda e poi scompare per tornare mesi dopo con un giornale a 20 pagine sottobraccio,
Morbillo, prurito e avventura. Il Fronte della Gioventù dell’epoca era una palestra di intelletti e di energie, ma promuovere il tramonto del nostalgismo era difficilissimo. «Giovanni – scrive Rampelli, oggi deputato del Pdl – non aveva esitato un solo minuto a scegliere da che parte stare. Aveva deciso subito che, se avessimo avuto la capacità di evolverci, la storia ci avrebbe accolti, era solo questione di tempo».

Morbillo, prurito e avventura

E lui partì, senza farsi tante domande, senza l’ossessione di catechizzare i ragazzi della neonata comunità all’interno di un’organizzazione politica con tessere e moduli d’iscrizione. In pochi mesi Morbillo, il tir della speranza a Timisoara carico di vestiario, generi alimentari, medicinali per aiutare il popolo rumeno in difficoltà, la straordinaria Festa  (migliaia di presenze) alla Colonia elioterapica fino alla trasferta a Siracusa pensando già alla prossima partenza per l’Eritra, che Giovanni non fa in tempo a realizzare. Che cosa resta? “Giovanni Blini  è come un additivo. Altrimenti come spieghi che la Comunità giovanile è viva e strapiena di ragazzi, è un interlocutore sociale e culturale del territorio?  Si spiega solo perché il ragazzo dal sorriso beffardo è nella tappezzeria,  nella birra che spumeggia, nella chitarra elettrica di un gruppo rock  e, magari, in ognuna delle stanze sontuose che agghindano i palazzi del potere, addosso a ciascuno di quei militanti testardi che convivono con i vecchi soloni e non si fanno contaminare, che costruiscono con il suo esempio, con il suo spirito, un mondo migliore».