Facebook in Borsa, Goldman Sachs già mette le mani avanti

Facebook ha rotto gli indugi e si appresta a sbarcare a Wall Street. Nei prossimi sei mesi la società che controlla il social network completerà il procedimento per potersi iscrivere al Nasdaq, il listino di New York in cui sono presenti i titoli tecnologici. Intorno al portale, nato per caso in un campus universitario, hanno iniziato a ronzare i big della finanza internazionale. Gestire la quotazione di un sito con milioni e milioni di utenti fa gola a chiunque voglia incassare centinaia di milioni di dollari senza rischiare un solo centesimo del proprio capitale. In pole position ci sono le onnipresenti Goldman Sachs e Morgan Stanley. La prima ha però un netto vantaggio rispetto alla concorrenza.
Da tempo la grande banca d’affari ha messo le mani avanti curando un recente collocamento privato di azioni. Un’operazione da un miliardo e mezzo di dollari finita nel mirino della Sec, la potentissima agenzia federale che vigila sui sussulti del mercato azionario. Il piazzamento aveva infatti rischiato di violare alcune leggi che vietano di dare rilevanza pubblica a queste manovre. Un dettaglio che l’istituto di credito ha dribblato dimostrando di aver venduto i titoli a investitori domiciliati all’estero e non sul territorio degli Stati Uniti. Se Goldman riuscirà a spuntarla potrà riuscire a lucrare anche su questo primo collocamento. Gli analisti prevedono un livello di commissioni pari a 95 milioni di dollari, denari che si potrebbero sommare a quelli prodotti dalla dismissione delle azioni Facebook recentemente acquistate.
La banca ha investito quasi quattrocento milioni per mettere le mani sull’1 per cento della proprietà. Una mossa strategica che gli permetterà di controllare un settore fondamentale come quello di Internet. Le smanie di protagonismo dovrebbero però mettere in guardia investitori e analisti. C’è infatti il pericolo che si stia cercando di gonfiare l’ennesima bolla speculativa. Un’impennata nel prezzo del singolo titolo nel breve periodo per poi fuggire a gambe levate quando qualcuno avvertirà puzza di bruciato. Il mondo del web è estremamente volatile ed influenzabile da una lunga serie di variabile. Basta la pubblicazione di un social network più accattivante di Facebook per far crollare il numero di accessi ai server californiani. A prescindere dalle dinamiche di traffico, i mercati hanno già punito le ultime due società che dal mondo dei server sono passate nella complessa galassia dei listini di borsa. Dopo le follie delle prime ore, Zynga e Groupon sembrano condannate ad una lunghissima “fase orso”. Per la casa produttrice di videogiochi e per il portale di acquisti sarà difficile raggiungere la quotazione dei primi giorni. Una condizione che farà sfumare definitivamente diversi miliardi di dollari.
Nel 2011 l’unica prestazione da “tripla A” è stata quella del social “Linkedin”, azienda che ha guadagnato una quotazione superiore del 30 per cento rispetto a quella d’esordio. Nessuno è in grado di prevedere cosa succederà a Wall Street nei prossimi mesi. Anche i più ottimisti sono consapevoli che Facebook non è in grado di replicare la strabiliante performance di Google. Fra il celebre motore di ricerca e il social network le differenze sono abissali. Abbiamo registrato il collasso della cosiddetta “new economy” appena dieci anni fa ma sembra che nessuno lo ricordi. Una dimenticanza utilissima a chi vorrà investire sapendo che i numeri iscritti nei bilanci sono cifre a cui non corrisponde nulla. Uno scambio di titoli dematerializzati governato da un ufficio in qualche parte del globo. Internet ha delle dinamiche tutte sue. Tentare di governare i fenomeni con le regole dell’economia tradizionale dimostra una certa miopia. Eppure, c’è qualcuno che si ostina a tirare dritto per questa strada. Rispondendogli con argomentazioni piuttosto elementari possiamo far presente che in un periodo di difficoltà è improbabile che un settore che si regge sulla pubblicità sia in grado di regalare prestazioni da record. Prima di lasciarsi prendere dagli entusiasmi sarebbe bene ripassare la storia della Rete. Nichi Grauso fu protagonista del lancio italiano di Internet con la sua VideoOnline, una straordinaria esperienza che non si concluse nel migliore dei modi. D’altronde l’imprenditore cagliaritano è sempre stato consapevole che la Rete non può essere governata mutuando l’esperienza maturata in altri comparti. Dagli anni novanta a oggi sono cambiate tantissime cose. Solo chi ama il vintage utilizza Netscape e nessuno si sognerebbe di cercare un sito senza utilizzare Google. Una realtà che rischiava di apparire fantascienza quando i modem gracchiavano e quando la programmazione era una materia riservata a pochi intimi. Gli utenti del web si sono poi dimostrati in grado di difendersi da soli. Ricordate il processo contro il fondatore di Napster? Un ragazzo messo alla sbarra dallo strapotere delle case discografiche e condannato. Solo i più stolti potevano pensare che sarebbe bastata una sentenza di una corte Usa per impedire il download di file musicali. Se il futuro di Facebook dovesse essere all’insegna delle grandi banche d’affari è facile prevedere una emorragia nel numero dei profili. Gli utenti abbandonerebbero il social senza curarsi della chiusura per eccesso di ribasso del titolo. Non sappiamo però chi si troverà costretto a raccogliere i cocci.