Ecco chi sono i veri nemici di Dante: la Lega, la Ue, gli sms e le storpiature

Come in un gioco di ruolo. Vanno stanati i nemici della lingua italiana. I primi a finire nel mirino sono tutti coloro che sbagliano il congiuntivo e maltrattano la sintassi. Ma allargando l’orizzonte c’è la Lega che chiede lo studio del dialetto nelle scuole, c’è l’alluvione di parole straniere che si diffondono senza alcun freno, c’è l’abuso di gerghi tecnici, burocratici e commerciali, e anche la consuetudine dei giovani di comunicare attraverso gli sms. Elementi che giorno dopo giorno hanno minato profondamente l’integrità della nostra lingua rendendo, a volte, il linguaggio e la scrittura scarni e incolori. A sua difesa si è mossa l’associazione Nuova Italia che ha organizzato per domani pomeriggio a Milano, (Teatro dal Verme, via San Giovanni sul Muro 2, alle ore 19) il convegno “Salviamo l’italiano: Lega Nord, Ue, sms e storpiature: i nemici della lingua di Dante». Attorno a un tavolo si ritroveranno a parlare del futuro e delle prospettive della nostra lingua esperti, giornalisti e cattedratici. Introdurrà Riccardo Bertolini (direttore de I Pomeriggi Musicali), parteciperanno Giordano Bruno Guerri (presidente del Vittoriale degli Italiani), Lucio D’Arcangelo (professore dell’Università degli studi Gabriele D’Annunzio), Alessandro Gnocchi (editorialista de Il Giornale) Paola Frassinetti, vicepresidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati e Carlo Fidanza, europarlamentare del Pdl. Modera Renato Besana.
«C’è un’emergenza per la lingua italiana – ha detto Paola Frassinetti –  da troppo tempo non esiste più nessuna tutela a salvaguardia della nostra lingua che è assediata su due fronti: la presunta voglia della Lega di ritornare agli idiomi dialettali e quella pericolosa consuetudine di usare a sproposito termini stranieri che la stanno imbastardendo». Sono circa seimila gli “anglicismi” in uso nella nostra lingua, quasi sempre del tutto inutili, perché vanno a sostituire termini già esistenti. «La lingua italiana – ha proseguito – rappresenta l’identità nazionale del nostro Paese, il nostro elemento unificante e il nostro patrimonio più antico che deve essere opportunamente tutelato e valorizzato. Le parole che usiamo ogni giorno sono un prodotto della storia e le regole grammaticali non sono esterne alla lingua ma ne costituiscono parte integrante. La mancanza di una “lingua comune” genera incomprensione ed esclusione ed è quindi socialmente negativa. Le lingue nazionali non sono lingue etniche, di natura, ma di cultura, una creazione consapevole di una comunità politicamente organizzata. Nessuno può disinteressarsene e men che mai lo Stato. Una lingua nazionale, cioè rappresentativa della civiltà di una nazione e costituente la sua voce ufficiale, non può quindi presentarsi, nei testi scritti che la documentano a livello nazionale e all’estero, come una varietà di usi personali, arbitrari e spesso tendenti al ribasso culturale, rilevando l’insufficienza di quell’insegnamento scolastico che ha il compito di far scrivere agli italiani una lingua media sufficientemente unitaria». Per la Frassinetti è, dunque, necessario promuovere un modello di lingua relativamente omogeneo, fruibile da tutte le fasce della popolazione e rispondente all’esigenza di un’ampia comunicazione, senza per questo abbassarne il livello. Occorre, in definitiva, rimettere in circolazione il patrimonio linguistico nazionale, «spesso abbandonato per pigrizia o per ignoranza». «Parlare bene l’italiano – ha sottolineato ancora – sta diventando di moda in altri Paesi più che da noi». La lingua italiana si colloca al terzo posto tra le lingue straniere più studiate al mondo, «ma paradossalmente è proprio in patria che essa è attraversata da diversi problemi che la fanno apparire anarchica, grigia approssimativa sia nel parlato che nello scritto. I fattori che hanno prodotto questo degrado sono fondamentalmente l’intrusione di gerghi dialettali, appartenenti al cinema e alla televisione; l’uso indiscriminato di neologismi provenienti dal linguaggio burocratico e scientifico, l’infiltrazione eccessiva di parole mutuate dall’inglese». Proprio per salvaguardare l’identità linguistica e culturale italiana, la Frassinetti nel 2009 ha presentato una proposta di legge che prevede l’istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana, a cui attribuisce il compito di svolgere un’attività d’informazione e di formazione  della coscienza linguistica a tutti i livelli. Un’iniziativa che è già stata presa in altri Paesi: la Svezia dal 1944 ha istituito il Consiglio della lingua svedese e così hanno fatto la Norvegia, la Francia e la Spagna.  «Il Consiglio superiore della lingua italiana – ha spiegato la Frassinetti – è concepito come un organismo di ausilio della politica linguistica del governo nazionale e intende fornire una piattaforma qualificata di discussione nell’ambito della quale la componente politica e quella  culturale e accademica possano interloquire nell’ambito delle reciproche competenze».  
In sostanza, si tratta di un Consiglio superiore della lingua italiana che corregga le storpiature in atto.   
Anche Giordano Bruno Guerri teme che l’italiano sia in “grave pericolo”. «La situazione non è tra le più rosee – ha sottolineato  –  c’è un imbarbarimento e un involgarimento della lingua con l’imposizione di termini stranieri che sostituiscono inutilmente quelli italiani. Senza voler fare nazionalismo linguistico non dobbiamo dimenticare che la lingua è una delle caratteristiche che distingue un popolo. A questo riguardo c’è la proposta di legge presentata da Paola Frassinetti sull’istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana. È una proposta che io appoggio fortemente.  Farò parte del Comitato e ho messo a disposizione il Vittoriale degli Italiani per un convegno sulla lingua italiana per il 2 marzo nel 149° anniversario di D’Annunzio. In quell’occasione saranno chiamati a discuterne i massimi linguisti italiani».