E per certa stampa sono tutti mafiosetti

Mafiosetti, padroncini, delinquenti nell’animo. Le serrate dei camionisti, partite in sordina in Sicilia e allargatesi a macchia d’olio in tutta Italia, hanno bloccato tutto il Paese creando innegabilmente una cascata di problemi, destinati ad aumentare se il governo non riuscirà a fermarli. Sarebbe meglio con un “sobrio” ascolto, nello stile montiano, che con il braccio di ferro: si vedrà.
Hanno esagerato, certo, ma la grande stampa “indipendente” ha soffiato subito sul fuoco con commenti, prima caricaturali, e adesso allarmatissimi, sui nuovi mostri. Anzi, non subito, prima ha utilizzato il metodo della censura sottovalutando il fenomeno. I forconi? Forza d’urto? Quattro scemi esagitati, devono aver pensato i dotti commentatori del Corriere, Stampa e Repubblica. Velleitari con l’aggravante di avere nella regia la “pericolosa” e populista destra siciliana. Meglio non parlarne. Dopo qualche giorno, non potendo fare a meno di darne notizia, è scattata la criminalizzazione. Del metodo, “inaccettabile” perché non viene dai coraggiosi no tav, dai poveri studenti tartassati dal ministro Gelmini (che hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma) né dal geniale comitato “se non ora quando?”.
E la demonizzazione della categoria, rozza per definizione e magari, sotto sotto, pure ricca. Scatta il processo senza se e senza ma agli autotrasportatori come ai farmacisti, ai tassisti, agli avvocati, aizzando una crociata fatta di paginate su costi e guadagni, corredate da cifre (false secondo i diretti interessati) per dimostrare la cattiva fede dei manifestanti. In un’escalation che ha portato alle minacce e ai proiettili sotto le farmacie. «Un gruppo di sedicenti autotrasportatori di un altrettanto sedicente movimento ribattezzatosi “Forza d’Urto” (il nome è già un programma!) decide di bloccare una intera regione per protestare contro i mulini a vento…”, è uno dei commenti ai primi vagiti della protesta.
E le foto scelte? Un primo piano di un energumeno con le fattezze del “terrunciello” di Abatantuono che si agita sollevando il dito medio e la didascalia che recita “uno dei capi della rivolta”.
Per non parlare di articoli in cui si vorrebbe dimostrare che la colpa, ancora una volta, è di Silvio Berlusconi. «È dal 2008 –  leggiamo sul Corriere di ieri – che l’avvento della grande crisi del mondo del trasporto su gomma è entrato in una fase di indicibile sofferenza. Mentre il governo Prodi un blocco dei Tir se l’era preso sui denti (vigilia di Natale del 2007), Berlusconi no. Tutto in virtù di un lungo negoziato che aveva portato al varo di una misura decisiva per gli autotrasportatori, come quella sui costi minimi di sicurezza. Nei piani doveva servire a garantire il recupero degli extra-costi da crisi e a evitare quantomeno di viaggiare in sovraccarico che si è rivelato un pannicello caldo a paragone con la profondità della crisi. Il risultato è stato che la categoria è rimasta comunque sempre in ebollizione». Capito? La colpa è del Cavaliere.