Disoccupato un giovane su 3: Elsa prepara la lacrimuccia

Articolo 18 sì, articolo 18 no. Cassa integrazione sì, cassa integrazione no. Elsa Fornero sfoglia la margherita e tra un petalo e l’altro si fa scappare una lacrimuccia, che fa tanto audience e intenerisce i cuori dei telespettatori, come una soap opera. Ben nascosta, però, ha la sua ricetta che può accontentare qualche industriale di peso ma che di certo non aiuta la salute degli operai e di chi ha un piccolo contratto che difende con le unghie e con i denti. Così, nell’attesa, si mostra “preoccupata” per i numeri che vengono fuori ogni giorno, ora da un istituto di ricerche e ora da un altro. Il piatto piange. Le truppe dei disoccupati continuano a crescere e, a fine dicembre, hanno raggiunto l’8,9 per cento (+0,1 rispetto a novembre e +0,8 rispetto allo stesso mese del 2010, complessivamente 2 milioni 243mila unità). È il dato più alto dal 2004 se si guarda alle serie storiche mensili e il maggiore dal 2001 se, invece, si considerano quelle trimestrali. Una situazione allarmante a cui di unisce la questione giovani, con il 31 per cento (prima era il 28) dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni che non hanno un lavoro e, addirittura, la diminuzione del tasso di attività, vale a dire di coloro che attualmente prestano una qualche attività lavorativa. E l’Europa non sta meglio. Secondo Eurostat a dicembre la disoccupazione ha raggiunto il massimo dall’introduzione dell’euro, con i senza lavoro che nei 17 Paesi di Eurolandia hanno raggiunto il 10,4 per cento per complessivi 16 milioni 469mila. Stanno peggio la Spagna, con il 22,9 per cento di disoccupati e un giovane su due senza lavoro, e la Grecia dove i senza lavoro sono il 19,2 per cento.

La rivoluzione guidata da Elsa
È evidente l’urgenza di riformare il mercato del lavoro per dare risposte a un fenomeno che, per ammissione della stessa Fornero, è diventato allarmante: «È la mia prima preoccupazione,  la riforma del mercato del lavoro la pensiamo per aumentare l’occupazione». Di come il governo intenda farlo si parlerà domani al tavolo di Palazzo Chigi con le parti sociali. Oggi, Ugl, Cgil, Cisl, Uil e Confindustria faranno il punto sulle posizioni da tenere nel confronto con l’esecutivo. Sul tavolo soprattutto la spinosa questione dell’abolizione dell’articolo 18 e le modifiche alla cassa integrazione straordinaria, che vedono i sindacati profondamente contrari. «Senza la cig straordinaria e la deroga – ha commentato ieri la Cgil di fronte ai dati dell’Istat sulla disoccupazione –  i senza lavoro  sarebbero oggi oltre 3 milioni». Uno stop vero e proprio a chi ritiene che basta deregolarizzare il tutto per avviare a soluzione il problema. Invece non è così: quello che serve è un intervento organico di sostegno alle assunzioni dei giovani, delle donne, degli over 50 e per il reimpiego dei lavoratori in cassa integrazione e dei disoccupati, valorizzando anche istituti già esistenti e che hanno dato prova di funzionare bene, in primo luogo l’apprendistato, il contratto di inserimento e il part-time lungo. Ma cosa c’è di tutto questo nella proposta della Fornero? Poco, molto poco. «Noi lavoriamo – ha detto ieri il ministro – perché ci sia un bel dialogo. Ma al tavolo, nel corso dell’ultimo incontro con sindacati e imprenditori, ha letto un documento che ha visto tutti contrari e di cui si è perfino rifiutata di consegnare il testo. Se la musica cambierà lo si vedrà domani, ma si può dire che il negoziato è partito con il piede sbagliato.

Il totem dell’articolo 18
Il ministro del Welfare continua a dire che non ci possono essere totem, i sindacati invece fanno muro attorno all’articolo 18 («Se lo toccano facciamo casino», dice il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni), che sancisce il reintegro in azienda dei lavoratori licenziati non per giusta causa. Uno dei nodi da districare e con tutta evidenza proprio questo. Anche perché il tema costituisce oggetto di una delle richieste formulate lo scorso agosto dalla Bce al nostro Paese. Ma questo non è il solo problema. La Fornero preannuncia la riforma del lavoro entro marzo, ma mette anche le mani avanti osservando che si tratta di un “parto” difficile, perché «la materia è complessa, pesante e tocca tanti punti». Già, i punti. Si parte dai licenziamenti, si passa per la rivoluzione dei contratti di lavoro e si approda al nuovo Welfare. Il ministro fa sapare che il governo intende privilegiare il dialogo e «la discussione con le parti sociali». Ma quando gli si chiede se questo costituisce una condizione imprescindibile risponde senza tentennamenti: «Non ho detto questo. La condizione è che i risultati ci siano, che la riforma sia incisiva». Anche su questa materia, perciò, il governo la pagella intende farsela compilare dall’Europa piuttosto che a Roma. Quindi ascolterà tutti e poi andrà per la propria strada. Al limite, secondo le indiscrezioni che circolano in questi giorni, sull’articolo 18 si potrebbe pensare a una mediazione che lasci le tutele inalterate per chi già lavora e abolisca la garanzia del reintegro, sostituendola con un equo indennizzo, per i nuovi assunti. Il sindacato fa la voce grossa ma alla fine potrebbe cedere, presentando il tutto ai propri iscritti (già occupati) come una vittoria, dopo la pesante sconfitta incassata sulle pensioni.

Il contratto che non c’è
Dai licenziamenti ai contratti. Attualmente ce ne sono almeno 46, in futuro i più dovrebbero essere aboliti attraverso un meccanismo di incentivi e di disincentivi al loro utilizzo. Sul tappeto c’è il contratto unico a tutele crescenti. Per i primi tre anni si potrà licenziare, poi non più se non per giusta causa o giustificato motivo. Ma l’istituto del reintegro lascerebbe il passo all’indennizzo. Così il problema sarebbe in qualche modo superato. «Oggi – dice il ministro Fornero – esiste un legame eccessivo tra il singolo lavoratore e il suo posto di lavoro. Un legame che si tende a far “resistere” anche quando l’azienda che fornisce quel posto di lavoro non è più in grado di assicurarlo. Questo problema va risolto». La Fornero ha anche un altro asso nella manica. Si tratta del contratto legato all’età. Finora la questione è emersa di tanto in tanto tra le righe ma non è mai stata posta alle organizzazioni sindacali. Il ministro del Welfare, però, ha più volte detto di ritenere giusto un contratto che evolva con l’età del lavoratore e che rappresenta un vero e proprio complotto contro chi è meno giovane. Sull’altare della produttività si entrerebbe in azienda con stipendi bassi che poi crescerebbero via via per raggiungere il massimo in funzione dell’età e della capacità produttiva, per poi decrescere quando il bagaglio professionale è sicuramente massimo ma le forze, per effetto dell’età, tendono a diminuire. Poi si va in pensione e lì c’è la riforma ad assicurare  risparmi.