Diritti umani: facciamo sul serio?

Con una lettera su Avvenire, il ministro degli Esteri Giulio Terzi ha proposto di creare un’Autorità nazionale per i diritti umani e di intensificare l’azione italiana per il loro rispetto a livello internazionale, sia in sede Onu sia in sede comunitaria. L’intento è meritevole e, come ha ricordato anche Terzi, l’Italia ha una vocazione specifica sulla materia, che le viene dalla sua cultura e dalla sua posizione geografica.
In un certo senso, come ha dimostrato l’adozione all’Onu della moratoria sulla pena di morte, l’Italia s’è già fatta avanguardia planetaria in questo senso. Sull’efficacia di un’iniziativa del genere, però, pesano alcuni nodi che ad oggi appaiono di là dal poter essere sciolti. Il primo è che senza strumenti coercitivi azioni del genere sono destinate a suonare un po’ come certe parodie delle miss, che nelle commedie leggere rivendicano sempre a gran voce «la pace nel mondo». Il secondo è: un’Italia che vuole farsi portavoce dei diritti umani sarebbe capace di fare pressioni – semmai di spingere per l’adozione di sanzioni reali – contro chiunque violi i diritti umani? Nel suo articolo il ministro Terzi si sofferma in particolare sulla negazione delle libertà religiose e sulla persecuzione dei cristiani. È un tema di grande importanza, ma è anche un terreno su cui in fondo si gioca facile. Quelle violazioni lì avvengono per lo più in Stati che “contano poco” o che potrebbero essere indicati come Stati canaglia. Sanzionarli non sarebbe un grosso problema e anzi in alcuni casi già avviene, sebbene per altri motivi e con effetti spesso discutibili. Ma come la si potrebbe mettere con economie di peso o alleati storici? Come metterla, per esempio, con gli Stati Uniti e la Cina che non hanno firmato la moratoria sulla pena di morte? O con tanti altri Paesi considerati comunque “amici”? È nella risposta a queste domande che sta la differenza tra un’avanguardia a tutela dei diritti e la parodia di una miss.