«Di Monti non ci fidiamo»: i Tir continuano la rivolta

Soddisfatto Mario Monti, soddisfatto Raffaele Lombardo, molto meno i diretti interessati: gli autotrasportari che, spinti dalla rabbia dei forconi, hanno spinto la rivolta in tutta Italia e proseguono blocchi e serrate contro le misure del governo.
Nulla di fatto dall’incontro di oltre due ore tra la delegazione del governatore della Regione Siciliana e il premier sui nodi più spinosi delle liberalizzazioni che coinvolgono il settore del trasporto su gomma. Delusi dal primo tavolo a Palazzo Chigi, i manifestanti, che l’altra sera si erano piazzati attorno ai palazzi palermitani del potere, ora chiedono un incontro al presidente della Regione per capire bene cosa ha ottenuto dal governo. «Abbiamo sentito parlare di tavoli tecnici, ma i tavoli sappiamo quando cominciano ma non quando finiscono».
Non si fidano. A niente valgono le promesse del ministro Corrado Passera su 400 milioni di euro e una riduzione dei pedaggi autostradali di 170 milioni di euro per il 2012, a poco valgono le rassicurazioni di Monti di aprire tavoli singoli su ciascuno dei 19 punti della bozza di proposte portate da Lombardo. Scioperi e serrate continuano e continueranno anche se il movimento è diviso tra falchi e colombe mentre la prospettiva di ulteriori disagi ai cittadini con il rischio di portare alle stelle il prezzo delle derrate alimentari preoccupa l’Europa. Ieri un italianissimo come Antonio Tajani, nel ruolo di commisario Ue, ha chiesto all’Italia di «intervenire per risolvere rapidamente il problema e assicurare la libera circolazione delle merci». Una sollecitazione rivolta al ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri,  nel corso di un colloquio telefonico nel quale ha ricordato che la situazione del trasporto merci in Italia «è migliorata» ma che, davanti al perdurare di alcuni ostacoli e ai danni economici che questi stanno causando, «occorre fare in modo che le norme europee vengano rispettate».
Non si contano i danni delle ripercussioni dello sciopero sulle attività del Porto di Napoli, e sulle mancate consegne delle merci in tutta Italia, soprattutto dei generi alimentari.
Per zone che vengono liberate dai blocchi dei camion dove la circolazione può tornare lentamente alla normalità (restano solo due presidi in Emilia, liberata la zona vicino al casello A1 di Cassino), altre zone restano “sequestrate” dalla rivolta. Il governo non brilla per tempismo, lasciando alle forze dell’ordine il compito di mettere in riga i rivoltosi (ieri ci sono stati degli arresti) né per conoscenza dello stato dell’arte (Monti sarebbe rimasto molto sorpreso dai tempi assurdi di percorrenza su strada da Palermo a Catania, 4 ore) i sindacati fanno pressing. «Si tratta di una protesta che sta superando molti limiti ma che ha anche le sue ragioni. Per questo chiediamo al governo e al Parlamento di intervenire affinché l’accenno di una “guerra tra poveri” non dilaghi incontrollata a danno di chi non ha mezzi per difendersi», dice Giovanni Centrella ricordando che il disagio degli autotrasportatori è da un lato comprensibile («anche perché in tempi ancora non sospetti l’Ugl ha chiesto una riforma delle accise in particolare sulla benzina), ma da un altro sta ponendo l’una contro l’altra categorie di persone che soffrono gli stessi problemi.
Gli autotrasportatori, gli operai degli stabilimenti fermi, i lavoratori del commercio, i cittadini che non riescono più ad approvvigionarsi di carburante e generi alimentari se non a prezzi inaccettabili – aggiunge il numero uno dell’Ugl  – i pescatori, le forze di Polizia vivono tutti i medesimi disagi e non riescono più a sostenere il costo della vita». Se lo Stato ha bisogno di fare cassa, metta subito a dieta chi è titolare di veri privilegi.
Dura con l’esecutivo Susanna Camusso, «voglio dire al governo che fermi lo sciopero dei tir, il blocco, tra l’altro, sta facendo aumentare l’inflazione. Si ascoltino le ragioni, ma non si ceda alla frantumazione e alle corporazioni». Leggendo tra le pieghe del milleproroghe approvato ieri a Montecitorio si trova qualche spiraglio per i “forconi”: la Camera ha espresso voto favorevole all’ordine del giorno, presentato dal leader di Grande Sud, Gianfranco Miccichè, che impegna il governo «a porre in essere tutte le necessarie iniziative volte a scongiurare il collasso del sistema economico siciliano e di tutto il Sud». Nel testo si legge che «in Sicilia si è sviluppato un forte movimento di protesta fondato sui problemi derivanti da una crisi economica devastante, che sta distruggendo da tempo interi comparti produttivi, soprattutto quello agricolo e della pesca». Il via libera all’odg lascia sperare che il palazzo abbia preso coscienza di quello che bolle in pentola. «L’aumento spropositato del gasolio e della benzina, dell’Iva, dei ticket autostradali e dei traghetti creano grosse difficoltà economiche alle imprese e hanno effetti recessivi e inflazionistici, che interessano particolarmente – si legge ancora – le fasce più deboli della popolazione».