Angelilli: «Le mozioni unitarie? Anche così si difende l’Italia»

«Ne parlavo oggi con un mio collega del Pd: sono temi di retroguardia». Roberta Angelilli è appena stata riconfermata vicepresidente del Parlamento europeo e, dal doppio osservatorio italiano e comunitario, spiega perché questi non sono più tempi per una politica arroccata in base agli schieramenti. Nessuno scandalo, quindi, se Pdl-Pd-Terzo Polo sottoscrivono mozioni unitarie e se, lunedì, ne presenteranno una in tema di politica europea. «Ci sono tanti ambiti in cui è giusto e necessario che ci sia la difesa delle proprie identità politiche e culturali, ma – chiarisce la Angelilli – di fronte a una crisi economica e ad altri temi centrali bisogna essere compatti. Si tratta di questioni molto gravi, che riguardano direttamente la vita delle persone, non se ne può fare oggetto di contesa politica, bisogna farne oggetto di sintesi».

Eppure c’è chi vi vuole vedere la nascita di una maggioranza politica…

Sulle grandi questioni ci stiamo compattando anche a livello europeo. Sulla questione delle agenzie di rating, per esempio, stiamo creando uno schieramento bipartisan che è prima di tutto italiano, perché vogliamo sostenere le ragioni italiane in Europa, ma che poi estenderemo a tutto il Parlamento europeo, perché occorre creare uno schieramento ampio rispetto all’ipotesi di crearne una europea.

Quindi, sostenete la proposta Draghi.

Non può che essere così. Già a giugno abbiamo presentato una risoluzione congiunta di tutti i gruppi politici per chiedere alla Commissione di considerare la costituzione di un’agenzia europea di rating, che fosse indipendente e assolutamente al di sopra di ogni sospetto di conflitto di interessi. Che rappresentasse il nostro punto di riferimento. Domattina (oggi per chi legge, ndr) presenteremo un’interrogazione per chiedere se la Commissione ha intenzione di realizzarla e se è già in corso lo studio di fattibilità che avevamo chiesto. E, per tornare al discorso di prima, io ne sono la prima firmataria, l’altro vicepresidente italiano Gianni Pittella del Pd ne è il secondo e poi ci sono tutti i capi delegazione dei diversi partiti.

Le agenzie di rating sono sotto accusa da tempo. Oggi c’è stata la sollecitazione di Draghi, che non è la prima e non sarà l’ultima. Poi c’è il fatto che voi a giugno avete presentato la risoluzione. Domani, però, presenterete un’interrogazione. Viene da pensare che, nonostante quello che sta succedendo, la Commissione non abbia dato grandi risposte…

In realtà la Commissione a metà novembre ha proposto la modifica della direttiva e del regolamento rispetto alle agenzie di rating. Ha percepito il grido d’allarme che veniva dal Parlamento europeo, quindi una prima reazione importante c’è stata, tant’è che in Parlamento è già iniziato il dibattito. Ma noi chiediamo un passo in più: non solo di rivedere la normativa attuale nel senso di una maggiore rigidità, ma di rilanciare rispetto all’agenzia europea. Per questo presentiamo l’interrogazione, vogliamo porre in maniera forte e unitaria la questione. Si tratta di una presa di posizione politica molto decisa che punta a porre una questione che è a sua volta politica e non solo di regolamenti. E direi che alla luce delle perquisizioni di oggi una risposta su un’agenzia che sia assolutamente indipendente va tanto più pretesa.

La Commissione riesce a stare al passo con i tempi? Dà risposte adeguate alle accelerazioni imposte dalla crisi?

Diciamo che c’è ancora parecchio da fare, perché nel prendere le decisioni c’è ancora lentezza. In parte è giustificata dal fatto che bisogna fare regolamenti e normative che valgono per tutti e 27 gli Stati membri e che quindi possano essere recepiti da tutti, ma certo sulle materie economiche un’accelerazione serve.

Quanto pesa la distanza della Commissione dai cittadini europei?

Pesa, e infatti anche nel nuovo trattato che stiamo discutendo chiediamo che il Parlamento europeo sia sempre presente nel meccanismo decisionale. In tutti i tavoli ci devono essere il Consiglio, la Commissione, magari la Bce, ma anche il Parlamento. Anche da questo punto di vista il Parlamento è abbastanza deciso: vuole presentarsi a quei tavoli in modo bipartisan, per una presa di posizione sempre unitaria. Come si vede, quello che accade ora in Italia per noi è pane quotidiano.

E quello che accade in Italia, una mozione unitaria come quella sull’Ue, può davvero dare slancio al Paese?

Può e deve. Noi siamo al punto che non solo l’Italia deve avere sempre di più una posizione unitaria, ma deve darsi da fare per tessere reti, relazioni con altri Stati membri, a partire da quelli con cui abbiamo maggiori affinità culturali, sociali, di tessuto imprenditoriale. Dobbiamo fare network, anche perché in Europa c’è chi ha le idee molto chiare.

Francesi e tedeschi? Non crede che questa sia anche la conseguenza di un’Europa in cui ci sono da un lato una Commissione “lenta” e dall’altro Stati nazionali che non sono ancora riusciti a trovare una lingua comune?

Intanto direi tedeschi e francesi. Comunque, questo è il motivo per cui non abbiamo chiesto in tutte le sedi di smetterla con i direttòri, con questo sistema intergovernativo. Serve un sistema comunitario, in cui tutti stiano allo stesso tavolo, messi nelle condizioni di poter agire ed esprimere il loro punto di vista. Poi, però, se vuoi contare in un tavolo del genere devi avere anche una forza nazionale, su alcuni temi devi parlare una voce sola, avere una compattezza granitica perché un Paese che si sbriciola politicamente diventa un facile bersaglio.

Quanto ci ha danneggiato la litigiosità politica interna degli scorsi anni?

L’Italia è un Paese fondatore, ha una grande tradizione europeista, è la terza potenza economica dell’Ue. È un Paese importante, che ha forza e spessore. Però, poi, è una nazione che spesso non crede in se stessa, in crisi di identità e questo si è riverberato a lungo sulla nostra politica, creando una fragilità nei consessi internazionali, ma mi sembra che questo si stia superando e va salutato positivamente che su alcuni temi centrali, che prevedono una rappresentazione all’estero, vi sia un nuovo clima.