Adriano, fossimo tutti censurati come te…

Il tira e molla è il suo sport preferito, non a caso lo chiamano il Molleggiato anche adesso che va di pantofola e bastone. Ma stavolta quel giochino di veti, rotture e diktat con la Rai lo hanno smascherato perfino i deferentissimi dirigenti di viale Mazzini, per una volta non proni di fronte all’ennesimo tentativo di una star di alzare il prezzo per concedersi alla tv di Stato. Adriano Celentano ha mandato avanti la moglie per denunciare un misterioso tentativo di condizionamento della sua performance artistica al Festival di Sanremo, ma senza entrare nel merito, dicendo e non dicendo, lasciando intuire che dietro la querelle con la Rai ci sia un problema di censura. Un argomento che in genere, quando viene tirato in ballo, a sinistra desta sgomento, scatena pulsioni, solleva indignazione, evoca il fantasma del regime. Ma stavolta non c’è Silvio, se n’è andato, i vertici della Rai fanno riferimento a Monti, con il quale (è già accaduto) si riuniscono nelle segrete stanze di viale Mazzini. Stavolta l’assioma censura-Berlusconi non regge, bisogna inventarsi un “fumus” alla Cosentino, qualcosa di inconfessabile e indecifrabile da scaricare sull’azienda di Stato per indurla a cedere, senza condizioni: «Non esistono le pre-condizioni». Cioè? Qualunque sia il motivo per il quale il direttore generale Lorenza Lei è finita nel mirino del clan Celentano, la domanda che tutti dobbiamo farci oggi è: abbiamo davvero bisogno di un sermoncino superpagato di Adriano a Sanremo, del suo predicozzo demagogico, della sua morale da Girella? La risposta è no, ma sarebbe sì se la domanda fosse: il Festival ha bisogno delle sue canzoni? Sì, ma di quelle vere, che piacevano ai nostri padri e anche un po’ a noi, quelle di cui non c’è traccia da tempo nelle classifiche. E forse è proprio questo il motivo per il quale Celentano ha bisogno di Sanremo più di quanto Sanremo abbia bisogno di lui.