Adornato: «Lancio un appello sulla legge elettorale: dialoghiamo, l’Udc è pronta»

«In realtà non cambia nulla, perché tocca e sarebbe toccato comunque ai partiti mettere mano alla riforma». Ferdinando Adornato non vede nella bocciatura del referendum elettorale un grosso problema e spiega che ora «ognuno deve fare quello che può, poi accada quello che deve».

Onorevole, fa il fatalista?

No, naturalmente penso che l’impegno dovrebbe essere fuori discussione. Però diciamo che alla data di oggi si tratta di un auspicio pressante. Per la classe politica sarebbe un suicidio non riuscire a fare questa riforma. Anzi, visto che me ne date la possibilità, voglio lanciare un appello: non si perda questa occasione, all’interno di tutti e tre i partiti e poli ci sono le energie e le fantasie necessarie a superare lo stallo. È un appello alle intelligenze di tutti.  

E ci sono anche le condizioni?

Sì, se ci sono uno scatto di reni e l’orgoglio di far vedere all’Italia che siamo in grado di riformare il sistema. Io credo che questa classe politica sia stata un po’ sotto il tono che pure aveva, che si sia fatta trascinare in un clima che non corrisponde alla qualità che ha e che c’è tanto nel Pdl quanto nel Pd. Finora tutto è stato un po’ al di sotto del necessario e abbiamo dato un’immagine anche un po’ negativa, che in parte corrisponde alla decadenza della classe dirigente – non solo di quella politica – ma che in parte non è vera. Ora dobbiamo dimostrare che siamo in grado di farlo, del resto nihil difficile volenti.

L’Udc che riforma farebbe?

In realtà io penso che si dovrebbe porre mano a una serie di questioni anche istituzionali, non solo alla legge elettorale. Dobbiamo ragionare sul bicameralismo, ed è già stato fatto, quindi non dovrebbe essere difficile arrivare al Senato delle Regioni. La seconda questione è la riduzione del numero dei parlamentari, che potrebbe non essere difficile da mettere in cantiere subito, e dopo c’è la legge elettorale. Poi c’è anche qualche altro intervento sui poteri del premier, sul meccanismo della sfiducia costruttiva. Ma grosso modo penso a queste riforme, che ho esposto non solo in ordine di tempo.

Ovvero, la riforma elettorale dovrebbe essere l’ultimo passaggio di una serie di riforme più ampie?

Sì, dovrebbe arrivare alla fine di un pacchetto di interventi che si possono fare. Naturalmente, ci vuole la volontà di farli e non possono non discendere da un’analisi comune, che non può che essere quella di una modifica del bipolarismo coatto.

Non può che esserlo per una forza di centro…

No, è sotto gli occhi di tutti che non può che essere così. Non lo dico per partito preso, non ho nulla contro questo o quel sistema, ma la realtà dice che nel centrodestra l’accordo con la Lega non funziona. Ci può essere un patto tra Berlusconi e Bossi, ma non un’alleanza organica sulla base di valori e contenuti, come quella che indica Alfano. D’altra parte, per quanto riguarda la sinistra, l’alleanza con Di Pietro è già franata. Quindi non lo dico per imporre una visione, che può benissimo non essere condivisa. È chiaro che bisogna andare in una direzione che eviti l’alleanza obbligatoria e in cui ciascuno, Pd e Pdl, possa presentarsi agli elettori libero da condizionamenti. E mi permetto di dirlo su queste colonne perché penso che presentarsi così convenga ai due più grandi partiti. Non a caso sia Prodi sia Berlusconi sono caduti non per la situazione internazionale, ma per lacerazioni interne. Questa è la foto della realtà, poi da qui si può andare in ogni direzione, ma l’analisi comune è questa.

Il piano di riforme che ha delineato non è semplice e ha messo la legge elettorale all’ultimo punto. Avrebbe senso farla anche senza l’intero pacchetto?

Credo che per il piano di riforme si potrebbe partire da ciò su cui c’è già accordo, come il dimezzamento dei parlamentari e la modifica del bicameralismo. L’appetito vien mangiando: se si raggiungono risultati su questo, credo che poi si possa andare avanti spediti. Ma sulla legge elettorale c’è una richiesta universale che viene dai cittadini e dai partiti. Almeno sulla scelta dei rappresentanti è del tutto improponibile non procedere. Questo è il primo punto per tutti.

L’attuale legge potrebbe essere salvata con qualche modifica?

No, questo no. Il dialogo è sempre possibile, ma certamente se si dice che a parte le preferenze il resto va bene, come mi è sembrato che abbia detto Berlusconi, il dialogo diventa più difficile, perché non tiene conto della realtà. Il premio di maggioranza in combinazione con lo sbarramento è una vera porcellata, restringe drasticamente la dialettica parlamentare, non esiste in nessun Paese. E, guardi lo voglio ribadire, noi non abbiamo alcun pregiudizio rispetto a questo o quel sistema elettorale, perché siamo convinti che con qualsiasi meccanismo si voti noi otteniamo un risultato molto buono. Non è un discorso per la nostra convenienza. È un discorso sulla realtà per la convenienza del Paese. La fotografia di 15 anni di bipolarismo è questa e se vogliamo agire per l’interesse del Paese è sbagliato non tenerne conto.