Suicidio del Pd: sfottò e urla contro l’operaia leghista (ma D’Antoni si congratula…)

A Lendinara, comune di dodicimila abitanti della provincia di Rovigo, l’hanno seguita sui televisori perfino nei bar, come una star, l’orgoglio di quella piccola comunità dall’illustre storia risorgimentale grazie anche a quel Giuseppe Garibaldi che in questo collegio fu eletto parlamentare, qualche decennio fa. La mamma, vedova da anni, s’è sciolta in un pianto, la sorella no, non poteva permettersi di perdere un giorno di lavoro, il marito Matteo l’ha chiamata subito dopo l’intervento in aula, ma era a poche centinaia di metri da lei, a Roma, in un ufficio della Lega, a guardarla su uno schermo. «No, lui non ha pianto, ma mi ha detto cose bellissime», racconta emozionata Emanuela Munerato, che ieri a Montecitorio ha svolto la dichiarazione di voto per conto della Lega sulla fiducia posta dal governo Monti alla manovra. Divisa da lavoro arancione della fabbrica tessile Contifil che produce filati per biancheria intima, nella quale lavora da otto anni, la Munerato aveva già svolto lo stesso intervento, con tanto di travestimento, durante la seduta notturna sulla manovra, ma in pochi l’avevano vista. «Questa divisa rappresenta milioni di lavoratori disgustati da questa manovra», ha detto, con voce inizialmente rotta. «Voi tecnici sarete bravi a scrivere le riforme in aula ma sarebbe più difficile farle andando in mezzo alla gente, lavorando a contatto con le persone, vedendo lo sfinimento dopo ore di lavoro in fabbrica e al ritorno a casa occuparsi della famiglia. Voi a casa avrete una baby sitter, una domestica, ma questo mondo deve arrangiare a far tutto perché con 1.000-1.200 non ti puoi permetter nulla».
Il suo intervento ha fatto scalpore soprattutto a causa dell’autogol del Pd, che rinnegando la propria vocazione operaista l’ha subissata di urla e ironie mentre parlava, innescando un duro scontro in aula con la Lega, con Rosi Bindi inattesa “urlatrice” con tanto di mani a megafono sulla bocca. In tanti, però,  tra le fila dei Democratici, sembravano imbarazzati da quella contestazione, a tanti è sembrato strano difendere il governo dei tecnici, dei padroni, della finanza, per attaccare una rappresentante dei lavoratori. A fine intervento, dopo aver ricevuto i baci e gli abbracci di Reguzzoni (che ieri ha segnato un punto a suo favore contro Maroni, nella guerra per il capogruppo, avendo scelto lui la Munerato) in Transatlantico sono stati in tanti a congratularsi con lei, in particolare dal Pdl e dall’Udc, mentre Fini le ha scritto un bigliettino di complimenti.
Ma la sorpresa è arrivata da Sergio D’Antoni, glorioso sindacalista della Cisl oggi nel Pd, che le si è avvicinato per stringerle la mano: «Complimenti, è stato un bell’intervento, glielo dico da sindacalista». E alla domanda sul Pd che l’ha contestata in aula, aprendo un duro scontro con il Carroccio, D’Antoni ha chiarito: «Non ce l’avevamo con lei, ma con la Lega che ha governato questo Paese per otto anni, distruggendo questo Paese, e che ora se la prende con Monti», dice rivolgendosi alla parlamentare leghista. «Ma io sono la Lega!», replica lei con un sorriso beffardo. Lui: «Appunto, poteva farlo prima, questo intervento, qualche settimana fa, signora…». Lei: «Anche voi qualche settimana fa votavate conto il Pdl e oggi votate insieme. Ma non dovevate difenderli voi gli operai?». Lui: «Lo dice a me? Io vengo da Caltanissetta, ho iniziato difendendo i solfatari!». Altra stretta di mano e i due si salutano, lei riprende a raccontare la sua storia ai giornalisti: «È la prima volta che ricevo tanta attenzione, ma non è la prima volta che parlo in aula, solo che nessuno se n’era mai accorto», racconta ancora. Ma lei con chi sta, Bossi o Maroni? «Bossi, lui è il nostro leader». Ma l’ha chiamata? «No, non ancora, ma non è un problema, ci parliamo spesso». E Maroni: «Mi ha fatto i complimenti, dopo l’intervento».
La polemica tra la Munerato e il Pd, che con D’Antoni era stata garbata e divertente, si fa invece ruvida e scomposta quando iniziano a piovere alcune accuse da altri settori del Pd. Come quelle lanciate dall’operaio della Thyssen, Antonio Boccuzzi, del Pd: «È stata una sceneggiata di pessimo gusto». O dall’avvocato pugliese Dario Ginefra, deputato dei Democratici, al quale evidentemente non è piaciuto lo “scippo” politico della Lega sul tema della difesa degli operai e dei pensionati: «La commedia messa in campo in aula dalla Lega in occasione delle dichiarazioni di voto sul voto di fiducia alla manovra è l’ulteriore schiaffo che il partito di Bossi infligge alla classe operaia e al mondo del lavoro». E lei, tosta: «Non accetto alcuna critica da una persona che dovrebbe rappresentare come me gli operai e che invece voterà questa manovra che va proprio contro i nostri colleghi lavoratori, nessuna carnevalata, io ho voluto rappresentare i lavoratori disgustati dalla manovra, e voi?».