«Siamo in recessione» (24 ore prima del voto)

Con una precisione nei tempi da far invidia agli orologi svizzeri la frase magica viene pronunciata: «Siamo in recessione». Nello stesso giorno e nelle stesse ore, ma soprattutto alla vigilia dell’approvazione della manovra, governo e Confindustria si concentrano sulla stessa notizia. Il ministro Corrado Passera ed Emma Marcegaglia, dallo stesso palco (quello di Viale dell’Astronomia che presenta i dati del proprio Centro studi) non lanciano più l’allarme, danno il tracollo per scontato. Sembravamo incamminati a tagliare questo “traguardo” nel corso del 2012 e, invece, ci siamo arrivati in anticipo. Quindi bisogna andar giù duro, costi quel che costi. Ergo, Monti ha ragione. Colpa della congiuntura internazionale, dei consumi che non tirano, ma anche della politica restrittiva in auge in tutta Europa, sponsorizzata da Angela Merkel e che in Italia ha prodotto tre manovre economiche in rapida successione con l’ultima, quella dell’attuale governo, particolarmente pesante e dolorosa in termini di gettito e di categorie interessate alla torchiatura. I tecnici stanno dando il colpo definitivo a consumi già in rallentamento, con una medicina che minaccia di uccidere il malato. Ma adesso tutto è giustificato, causa recessione, mentre prima – chissà perché – appena il centrodestra muoveva un dito scoppiava il finimondo.

Tempistica sospetta
Se l’evoluzione del fenomeno annunciato era già nell’ordine delle cose, la tempistica è quanto meno sospetta. Uno dei più prestigiosi rappresentanti del governo, quel Corrado Passera che è alla guida del ministero dello Sviluppo economico, tira fuori la questione recessione e rallentamento economico proprio mentre la Camera si appresta a votare la fiducia e dice: «Attenzione, stiamo peggio di quanto pensassimo». E poi aggiunge: «Ma dobbiamo e possiamo uscirne». La ricetta? Quella del governo Monti, ovviamente. E qui l’avvertimento si tramuta in una sorta di ricatto ai partiti e ai parlamentari: attenzione a quello che fate, sembra dire Passera, votate bene perché in queste condizioni il fallimento è dietro l’angolo. E i partiti si adeguano: la manovra non piace, i malpancisti sono tantissimi, ma tutti si rendono conto della necessità di cedere a questa forzatura che mira a far passare la riforma delle pensioni, l’introduzione della nuova Ici e quant’altro. Al punto in cui sono giunte le cose, non si può fare altro. È evidente, quindi, che bisogna turarsi il naso e votare: la priorità di tutti è salvare l’Italia. Lo è per il Pdl e il Pd, anche se i mal di pancia all’interno dei due partiti sono tanti. Unici soddisfatti sono i terzopolisti, che grazie al governo Monti hanno allontanato lo spettro di elezioni dalle quali avevano tutto da perdere. Non è un caso se Pier Ferdinando Casini, ieri, dopo le contestazioni dei leghisti alla Camera, ha ritenuto di intervenire per affermare che «siamo in recessione» e anche la Lega ha le sue colpe.

Le cifre della crisi
Le stime del centro studi di Confindustria parlano molto chiaro: tra la scorsa estate e la prossima primavera saranno messi in discussione ben due punti di Pil. Un’evoluzione negativa che – secondo il Csc, che ha così aggiornato al ribasso le previsioni di settembre – porterà le stime di crescita a passare da +0,7 a + 0,5 quest’anno e da +0,2 a –1,6 nel 2012. Il prodotto interno lordo diminuisce e i disoccupati salgono verso il 9 per cento nel 2013, in una situazione in cui frenano i consumi, l’inflazione si assesta al 2,2 per cento, si ferma l’export, calano le importazioni, torna a scendere l’occupazione calcolata in Ula (unità di lavoro equivalenti): la crisi, dall’inizio del 2008, ci è costata 800 posti di lavoro. Ma le manovre di quest’anno non mancheranno di far sentire i propri effetti: il debito della Pubblica amministrazione scenderà in percentuale del Pil a 118 punti nel 2013. Gli scenari disegnati da Confindustria prevedono una qualche ripresa nella primavera del 2012.

Rigore azzoppa-crescita
Sulla base di questi dati Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, prova a trarre qualche conclusione e dichiara al quotidiano La Tribune che «il rigore è giusto ma Eurolandia entra in recessione. In Italia – rileva – abbiamo adottato quest’anno piani di risparmio per un totale di 75 miliardi di euro ed entriamo con certezza in recessione. E in Europa le stime parlano almeno di un forte rallentamento della congiuntura. Per questo l’idea di fare solo austerity non regge». Per il leader degli industriali, ovviamente, «servono più controlli sui bilanci, sanzioni, una vera Unione di bilancio: siamo favorevoli perché un semplice coordinamento non basta. Ma – sottolinea – bisogna anche mettere in piedi questo Fondo monetario europeo, cioè aumentare la capacità del fondo salva Stati (Fesf e presto il Mes), come richiesto dal presidente della Bce, Mario Draghi, fino ai 1.000 miliardi di euro, e anche introdurre gli eurobond per finanziare un po’ di crescita». «Un’Europa che facesse solo austerity – sottolinea Marcegaglia – è infatti incamminata verso una recessione prolungata. Soprattutto – aggiunge – le popolazioni non comprenderebbero perché sono state prese queste pesanti decisioni che colpiscono direttamente le loro vite in termine di riduzione dei redditi e aumento della disoccupazione».

Berlino sotto accusa
Dalle argomentazioni della Confindustria – che in queste settimane ha fornito pieno appoggio alla politica di Monti, ma adesso sembra voler tirare il freno per quanto riguarda il rigore – emerge la necessità che la Merkel adotti una posizione meno rigida. I tedeschi, dunque, fanno bene a non voler pagare i “buffi” dei Paesi spendaccioni, ma non possono strangolare economie essenziali nell’ambito dell’Europa, perché anche la Germania, che è la prima economia manifatturiera d’Europa e vive soprattutto di esportazioni, non avrebbe a quel punto a chi vendere i propri prodotti. I tedeschi, tra l’altro, sono sicuramente importanti ma non possono pretendere di avere sempre e comunque l’ultima parola. I mercati, tra l’altro, non sembrano credere particolarmente a questa ricetta. Anche ieri la Borsa, sia pure costantemente in terreno positivo, si è mossa senza molto entusiasmo. E lo spread tra il nostro Btp e il Bund tedesco si è allargato ulteriormente toccando quota 495,94 per poi ripiegare a 470 punti base. L’asse Parigi-Berlino, perciò, sembra non bastare. Francia e Germania sono il motore dell’Europa ma, in un momento così complesso, è necessario che questa relazione bilaterale si apra a una discussione più ampia e più europea.