Quanti crimini nel nome delle liberalizzazioni?

Si è dato due date a strettissimo giro, Mario Monti, per mettere mano al dossier delle liberalizzazioni. «Visto che l’asse logico del nostro sforzo è quello europeo – ha detto ieri nella conferenza stampa di fine anno – una prima tranche di provvedimenti sarà pronta per poterli portare a Bruxelles il 23 gennaio». Quel giorno si terrà la riunione dell’Eurogruppo. Il secondo appuntamento sarà poi il Consiglio europeo, fissato appena una settimana dopo, il 30 gennaio. «In vista di queste scadenze – ha chiarito Monti – lavoriamo sui seguenti fronti: sforzo intenso e spero ben distribuito sul fronte della concorrenza e delle liberalizzazioni e apertura del cantiere lavoro».

Una norma quadro buona per tutti

La cornice entro cui si muoverà il governo è stata anticipata: una norma quadro adattabile a tutti i comparti da liberalizzare. È facile intuire che l’obiettivo sia aggirare le chiusure di chi vuole mantenere lo status quo e insieme evitare altre brutte figure dopo lo “stop and go” – ma sarebbe più corretto dire il “go and stop” – della manovra. Il metodo potrebbe funzionare, ma resta il problema di merito. Ovvero il modo in cui queste liberalizzazioni si realizzeranno e quali saranno i loro effetti reali. Nelle intenzioni di Monti dovrebbero servire a mettere in circolo potenzialità a costo zero. «Siamo convinti – ha detto il professore – che l’operazione volta a liberare energie, attraverso liberalizzazioni e concorrenza abbia finalità di crescita ma anche di forte equità».

Il Pdl chiede proposte e coraggio

La pratica, però, può rivelarsi molto diversa dalla teoria e non è un caso che, pur applaudendo alla volontà di andare avanti, al governo si chiedano coraggio e capacità di ascolto. «Vorremmo meno timidezza e più coraggio da Monti su tematiche fondamentali quali le liberalizzazioni ed il costo dei servizi per i cittadini», ha detto il deputato del Pdl Antonio Mazzocchi, mentre il presidente dei senatori Maurizio Gasparri chiariva che «su liberalizzazioni, crescita, lavoro, debito, Europa abbiamo le nostre proposte. Pronti al confronto con spirito positivo, non rilasciamo cambiali in bianco». I due grandi filoni delle liberalizzazioni sono professioni e servizi. Ognuno promette vantaggi, che però vanno conquistati su un terreno assai scivoloso. Il rischio per le prime è l’impoverimento qualitativo e remunerativo; il rischio per i secondi è che, più che liberalizzazioni, si realizzino delle “privatizzazioni” di fatto, in cui a guadagnarci non sono né la concorrenza né i cittadini, ma solo i grandi gruppi.

Le professioni: l’esempio degli avvocati

Quello che si profila per le professioni è l’abolizione delle tariffe minime, regolate dal codice civile insieme all’iscrizione agli albi. Un esempio classico in questo campo è quello degli avvocati. In Italia sono 230mila, molti più di quanti siano in Paesi come la Francia o la Germania. La concorrenza, quindi, è già garantita nei fatti. La liberalizzazione delle tariffe, invece, secondo molti osservatori e appartenenti alla categoria, avrebbe il solo effetto di schiacciare i piccoli studi, che non sarebbero in grado di sostenere il confronto con i grandi associati. Benché il paragone possa apparire irriverente, si verrebbe a creare una situazione simile a quella che esiste tra il piccolo negozio di quartiere e il grande supermercato. D’altra parte, c’è chi fa notare che nei Paesi d’Europa in cui le tariffe minime non esistono si continua a esercitare le professioni con successo e senza danni particolari per i cittadini/clienti.

Taxi e farmacie: chi ci guadagna?

Pro e contro si riscontrano anche nelle liberalizzazioni del commercio, in cui i casi di cui più si discute sono quelli dei taxi e delle farmacie. I fautori senza se e senza ma della riforma parlano di norme anti-lobby, ma c’è chi avverte sugli effetti negativi che potrebbe avere se fatta male. Nei giorni convulsi delle liberalizzazioni in manovra, il sindaco di Roma Gianni Alemanno si è speso per la cautela sui taxi. Spiegò che i rischi di «una eccessiva deregolamentazione» riguardavano la categoria, gli utenti e anche i Comuni. L’assenza di paletti che era stata ipotizzata «avrebbe aumentato – disse – i fenomeni di abusivismo e di concorrenza sleale, che creano problemi gravi alle amministrazioni locali e in particolare alle casse comunali abbassando la qualità del servizio prestato». Gli oppositori politici ci videro il pagamento di una cambiale elettorale, ma il problema non è solo romano. Intervistato dal sito sussidiario.it un tassista milanese in quegli stessi giorni chiariva che il problema riguarda tutta la categoria a livello nazionale e spiegava che, in linea teorica, le liberalizzazioni potrebbero anche essere un bene se non fosse che dal punto di vista pratico si risolverebbero nel monopolio delle società di taxi e creerebbero un problema enorme sulle licenze. «Vent’anni fa – ha spiegato l’uomo – ho fatto i debiti per comprare una licenza che costava 95 milioni di lire. Qualcuno pensa davvero di poter fare tabula rasa di questi sacrifici?». Per quanto riguarda la libera vendita dei farmaci di fascia C, poi, varrà la pena citare il deputato del Pdl Marco Marsilio che, ancora nei giorni della manovra, avvertiva: «I farmaci non sono semplicemente un prodotto commerciale di cui va favorita la vendita».

E delle “vere” liberalizzazioni che sarà?
Per quanto riguarda questo tipo di liberalizzazioni quindi il nodo con cui dovranno misurarsi il premier e il sottosegretario Antonio Catricalà, già presidente dell’Antitrust, è quello di non ragionare solo in termini di mercato e di porsi il problema di come si traduranno poi, nella realtà dei soggetti interessati, le misure che apprestano a varare. Il primo problema, dunque, sarà quello di non ragionare da tecnici e basta. Il capitolo più sensibile della vicenda però resta quello delle liberalizzazioni “vere”, vale a dire quelle dei servizi, dai trasporti all’energia. La partita di sostanza si gioca lì e non su una replica delle famose “lenzuolate” di Bersani, che lasciavano pressoché immutate le condizioni dei grandi comparti economici. Ad oggi l’unica grande liberalizzazione che si sia conosciuta in Italia è stata quella delle assicurazioni, e per i cittadini non è che sia andata proprio benissimo. Secondo la Cgia di Mestre dal 1994 a oggi le tariffe sono aumentate del 184%, a dimostrazione che la misura non solo non ha aiutato la concorrenza ma ha portato alla costituzione di una sorta di cartello ai danni degli utenti. Eppure le intenzioni erano buone. Ora, tra le intenzioni all’orizzonte, c’è quella di liberalizzare i servizi ferroviari sui quali si è già allungata la Ntv di Luca Cordero di Montezemolo. In attesa di vedere come andrà si registra la nuova strategia di marketing delle Fs, che non consentono più a chi ha un biglietto standard (quello a tariffa più conveniente) di accedere alla carrozza ristorante o di uscire dai vagoni che sono stati assegnati ai prezzi più popolari.