Prima sorridevano ironici, ora temono la catastrofe

«Non c’è una seconda chance». Nicolas Sarkozy, in partenza per Bruxelles, dove ieri sera si è aperto con una cena di lavoro il più importante vertice della storia della Ue, non ha lasciato adito a dubbi: non è più il momento degli attendismi, di euro si può morire. Ne tengano conto tutti i 27 e, in particolare, la Germania e la Francia. Anche perché i segnali della vigilia non sono buoni, né sul fronte della riforma dei Trattati, né su quello della “barriera” da erigere attorno alla moneta europea. Dall’incontro tra Angela Merkel e il presidente francese, che si sono visti a Parigi per mettere assieme una strategia comune, non è infatti emersa quell’intesa forte che sarebbe stata necessaria per spazzare le nubi che aleggiano sui risultati di questo Consiglio europeo decisivo per le sorti dell’euro. Mario Draghi, presidente della Bce, lo sa bene. Proprio per questo ieri mattina ha voluto salutare l’importante appuntamento tagliando i tassi dello 0,25 per cento (quello fisso e di rifinanziamento scende all’uno per cento, minimo storico dal lancio della moneta unica) e correndo in aiuto del sistema bancario europeo, al quale ha assicurato liquidità illimitata a 36 mesi. La decisione sul costo del denaro, peraltro attesa, segue quella analoga adottata il 3 novembre scorso, quando Draghi si è insediato alla guida dell’Istituto di Francoforte, e arriva in una giornata molto nervosa anche sul fronte dei mercati, con le piazze borsistiche che hanno fatto a lungo l’elastico muovendosi su un terreno contrastato. Poi, alla fine, il tonfo:Milano ha chiuso con un meno 4,29 per cento e lo spread del Btp rispetto al Bund tedesco è aumentato fino a superare i 420 punti base.

L’Europa può disfarsi
La strada resta in salita. Berlino, infatti, si dice «più pessimista» rispetto a qualche settimana fa sulla possibilità di un accordo, mentre Sarkozy sottolinea che il «rischio esplosione» della Ue resta «concreto», fino a quando i leader europei non avranno siglato un patto per fare fronte alla crisi del debito. Valutazione che il ministro francese degli Affari europei Jean Leonetti traduce in una battuta chiara per tutti: «L’Europa può disfarsi». Ma perché adesso i problemi sembrano addirittura superiori rispetto alla vigilia? Semplice, perché Francia e Germania, che avrebbero dovuto tracciare la strada, sono sembrati impantanarsi in mezzo al guado. E per Sarkozy è evidente che «senza un accordo tra Berlino e Parigi non c’è nessuna possibilità d’intesa tra gli altri Paesi europei». Fallimento assicurato, quindi? No, la speranza è l’ultima a morire perché, come ha detto il presidente francese, questa «è una cosa che non possiamo permetterci». Proprio per questo, se i 27 non dovessero pervenire a una posizione comune, la Francia auspica che almeno i 17 dell’Eurozona possano alla fine concordare una linea d’azione comune sulla riforma dei Trattati e sul super-fondo salva-Stati. Sarebbe una sorta di Europa a due velocità, ma sarebbe sicuramente qualcosa e servirebbe a evitare il fallimento totale. Si potrebbe andare avanti a 17 o più, secondo quanto non escludono Merkel e Sarkozy, ma anche il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Junker. Per tutti un nuovo patto e regole più stringenti per obbligare i Paesi a rispettare le regole. Per salvare l’euro la riunione è a 27 perché tutti i Paesi hanno voluto essere presenti nel momento in cui si potrebbero prendere delle decisioni importantissime, compresa la modifica del Trattato di Lisbona per inserirvi norme più rigide di governance. Le Borse, comunque, si aspettano un fondo salva-Stati più potente e un intervento più incisivo della Banca centrale europea che faccia da scudo ai Paesi in difficoltà. Invece l’Europa sembra  puntare diritta  verso una riforma che mira esclusivamente al rigore, quindi non un’arma di pronto utilizzo  ma un ragionamento di lungo termine. E per arrivarvi è disposta ad aprire il vaso di Pandora del Trattato di Lisbona. Non è detto, che qualora il risultato dovesse essere questo, ai mercati basterà. Angela Merkel, infatti, annuncia un possibile summit della zona euro, mentre il Ppe si schiera con Van Rompuy: governance più forte ma il metodo per adottarla deve essere comunitario.

Incontro Monti-Geithner
All’appuntamento di Bruxelles l’Italia si presenta con le carte in regola: ha fatto la manovra economica richiesta e adesso non è più considerata il detonatore d’Europa: ha la certezza di raggiungere il pareggio di bilancio a fine 2013. Le incognite però sono tante.  Perfino gli Stati Uniti sono preoccupati dell’evolversi della situazione nel Vecchio Continente. Tanto che, alla vigilia del vertice di Bruxelles, Timothy Geithner, segretario al Tesoro Usa, è volato in Europa per esprimere il sostegno americano alla battaglia per mettere in sicurezza l’euro. Sostegno espresso ieri anche a Mario Monti, che il segretario al Tesoro Usa ha incontrato a Milano, e dal quale ha appreso degli sforzi che l’Unione europea e l’Italia stanno compiendo. Al nostro presidente del Consiglio (definito «credibile in Europa e nel mondo») e all’Italia Geithner ha espresso il sostegno di Barack Obama che ha invitato Monti alla Casa Bianca per il mese di gennaio. Secondo il segretario al Tesoro Usa la battaglia è impegnativa ma alla fine i risultati verranno. Per il momento, intanto, accontentiamoci del plauso alla manovra economica italiana che arriva dall’agenzia internazionale di rating Fitch, secondo cui il pacchetto di misure varato a Roma allenta a breve termine la tensione sul rating. In prospettiva, invece, c’è ancora molto da fare, per abbattere uno stock di debito che resta altissimo e che minaccia di fagocitare sul fronte degli interessi decine di miliardi in più se o spread dovesse continuare a mantenersi a livelli ampi come gli attuali. Geithner sottolinea che «i leader europei si stanno muovendo per rafforzare l’unione monetaria e l’integrazione fiscale, che sono requisiti importanti». Su questo programma gli Stati Uniti concordano e «ribadiscono il loro interesse a sostenere gli sforzi europei». Ma è forte il timore che il vertice Ue possa fallire. da qui il pressing sui leader europei, attraverso il tour di Geithner e le telefonate del presidente Obama. Non è detto che questo basti, ma potrebbe essere un buon incoraggiamento sulla strada delle decisioni che oggi Merkel, Sarkozy, Monti e gli altri dovranno assumere a livello comunitario.